IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


martedì 22 luglio 2014

CAPITOLO QUINDICI - LA FINE

Fuori dalla finestra, nulla. I Cercatori rimasti, non più di un paio, si erano dileguati nella macchia, e l'unica cosa che rompeva un silenzio funebre era il lamento sottile di Edoardo, che stringeva il cadavere del fratello.
Caima, appoggiato a un grande masso, tentava di fasciarsi il moncherino. Nelle pause tra un urlo e un altro, bestemmiava.
Mattia rinfoderò la spada e si voltò verso l'amico.
<<Bello scherzo ci hai fatto, coglione!>>, disse mentre lo voltava per slegargli le mani. Ma le mani non erano legate. Mentre quest'informazione raggiungeva il suo cervello, subito dietro la seguiva un pugno. Un pugno diretto alla gola.
Mattia si sentì spezzare il respiro, e cadde all'indietro, alla ricerca di un filo d'aria.
La figura si alzò lentamente, togliendosi il cappuccio. Era Geller.
<<Aria, finalmente! Non hai idea di quanto si sudi sotto questi cosi. Devo complimentarmi con i tuoi guerrieri, vecchio mio. Non pensavo riuscissero a sbaragliare i miei Cercatori. Tantomeno quel pazzo ubriacone di Fumihiro.>>
Mattia cercò di mettere mano alla spada, ma Geller estrasse la semiautomatica e gliela puntò in faccia.
<<Non fare stronzate, spadaccino. Quando un uomo con la spada incontra un uomo con la pistola, quello con la spada è un uomo morto.>>
<<Era un po' diversa, la frase.>>
<<Era un po' diversa anche la situazione. Ora, mio buon amico, che ne dici di portarmi a quelle maledette armi?>>
Mattia estrasse la mappa dalla tasca dei pantaloni, prese fiato strofinandosi il collo e parlò: <<Eccoti la mappa, stronzo di un maniaco. Spero non riuscirai a godertele.>>
<<Mi hai preso per un idiota? Tu verrai con me, Capo Guardia. Figurati se non mi hai organizzato qualche scherzetto. E poi i miei uomini sono tutti morti o fuggiti, non ci metteresti nulla a sguinzagliarmi dietro i tuoi mastini.>>
Da fuori alla finestra si sentirono le urla di Jack, e Geller sorrise.
<<Mi sa che hanno scoperto anche loro il mio gioco. Ora fa il bravo, molla a terra lo spiedo ed esci dalla porta. Ricorda che se provi a far cazzate, o ci prova uno dei tuoi, il tuo destino sarà calibro nove.>>
Poi, prima di muoversi: <<Ah, te l'ho detto che ho impiccato il tuo amico?>>
Il sorriso del tedesco brillò nella penombra del vecchio casale.
Jack, appena vide uscire Mattia dalla porta, fece cenno al gruppo di rimanere immobile.
Mattia era seguito da una semiautomatica, e la semiautomatica era seguita da Geller.
<<Ascoltatemi bene,>> disse il tedesco, <<se uno di voi stronzi decide di fare l'eroe, ammazzo lui e il vostro Capo Guardia. Ora io e il vostro amico ci faremo una bella passeggiata. Non seguiteci.>>
Mattia fece cenno di sì con la testa, e tutti abbassarono le armi. Poi, uno sguardo d'intesa a Jack. Ed Edoardo scoppiò a piangere.

Si incamminarono per circa mezz'ora dentro il bosco, che man mano si andava diradando lasciando libero sfogo al manifestarsi di piccole radure erbose. Il cielo, lassù, se l'era piantata di offrire nuvole fredde, e ora tenui raggi di sole spiravano dal grigio con fare sacro.  Mattia benedì il fatto che il tedesco non l'avesse perquisito, e il suo coltello era ancora saldamente fissato alla caviglia. Geller, dal canto suo, lo seguiva senza staccargli gli occhi di dosso, una mano in tasca e l'altra ben serrata attorno al calcio della calibro nove. Arrivarono a una strada bianca che, costeggiata da arbusti selvaggi, serpeggiava fino a un piccolo cimitero.
<<Eccolo lì.>>, disse Mattia.
<<Il cimitero? Uh, fammi indovinare, il partigiano ha messo le armi in una tomba?>>
<<Sì. Mica scemo. Ce ne sono davvero poche di persone disposte a frugare tra le ossa dei morti.>>
<<Mhh, sì. Tu sei disposto?>>
<<A far che?>>
<<Profaneresti mai una tomba?>>
<<Se posso, no.>>
<<Nemmeno io. Vedremo come organizzarci.>>
In una decina di minuti erano già circondati dalle lapidi. Volti in bianco e nero li guardavano attraverso la carta sbiadita delle fotografie.
<<Qual'è la tomba?>> chiese Geller.
Mattia si prese un momento per guardarsi intorno. Non che ce ne fossero molte.
<<Eccola. Benito Biscarini.>> disse indicando una lastra di marmo praticamente minimale.
Geller si spostò di lato, continuando a tenere lo spadaccino sotto tiro.
<<Mh. La terra sembra smossa da poco. Non è che cerchi di fottermi, vero?>>
<<So che da queste parti ci sono un sacco di profanatori. Si girano tutti i cimiteri scoperchiando le tombe e derubandone i proprietari.>>
Geller si massaggiò la barba ispida, poi: <<Sai che facciamo, vecchio mio? La tomba l'apri tu.>>
<<Prego?>>
<<Hai capito benissimo. Buona profanazione.>>

Edoardo aveva afferrato Jack per il colletto dell'uniforme, e lo teneva issato in alto. Gli occhi ancora rossi per il pianto.
<<Ascoltami bene, mentecatto: adesso noi seppelliamo i nostri morti, poi tu tiri fuori quella cazzo di mappa e andiamo a prendere le armi.>>
<<E Mattia? Lo lasciamo nelle mani di Geller.>>
<<Mattia sta facendo quello che è più giusto, fidati. Non possiamo più salvarlo.>>
<<Che cazzo dici? In che senso?>>
<<Nel senso che l'unico modo che ha per sopravvivere è correre più veloce di una cosa che si propaga nell'aria a ottomila metri al secondo.>>
Jack rimase basito, con la bocca semiaperta.
<<Mi ha fatto piazzare un bel po' di Semtex dentro una bara, in un cimitero qui vicino. Ovviamente non mi ha mai detto cos'aveva intenzione di fare.>>
<<Tu sapevi che voleva andarsi ad ammazzare e l'hai lasciato fare?>>
<<Datti una calmata, idiota. Se dicevo qualcosa il tedesco ci ammazzava tutti, Mattia compreso. Credi che sia stato facile? Era come un fratello per me, Cristo!>>
Rimasero in piedi, sentendo le lacrime che scendevano all'unisono.

Geller fece fuoco, e la gamba di Mattia cedette, spezzata all'altezza del ginocchio. Lo spadaccino crollò a terra urlando, mulinando le mani come se tutt'attorno fosse diventato scivoloso. Il dolore era inaccettabile, indefinibile.
Il tedesco ora si controllava il petto. La tasca sinistra era squarciata, e all'interno brillava il Fortunato. A terra, il coltello del Capo Guardia, lanciato pochi secondi prima. Mattia lo aveva lanciato voltandosi di scatto, e sarebbe stata anche l'azione del secolo, se anche quel giorno il caso non avesse avuto le fattezze di un piccolo coltello di ferro scuro.
Mattia pensò, sorridendo, che 'ste cazzate nei film succedono agli eroi, e non ai cattivi. Ma andava bene così, i suoi avevano vinto, e ora stavano marciando verso il più grande tesoro dell'Umbria. E pensò anche che, visto il risultato del suo colpo di testa, si sarebbe potuto anche risparmiare di dissotterrarla, quella cazzo di bara.

<<Bel tiro, spadaccino.>> disse Geller compiacendosi, <<se non avessi avuto il Fortunato con me a quest'ora sarei a spalare carbone all'inferno, cazzo.>>
<<Beh, io c'ho provato.>> disse Mattia, cercando di ignorare la ferita e fingendosi gradasso.
<<Ringrazia il cielo che mi servi per andare via da qui, sennò t'avrei già fatto saltare quella testa di merda.>>, disse Geller mentre controllava la semiautomatica, poi: <<Ora striscia, spadaccino. E vammi ad aprire quella tomba maledetta.>>
I suoi occhi brillavano.

<<Voglio vederle.>>

Mattia avvertì uno spigolo contro la gamba. Era il pezzo di pane che Ludovico gli aveva regalato. Iniziò a sbriciolarlo man mano che strisciava verso la tomba, una bracciata alla volta.
Dagli alberi intorno, nessun uccello. Nemmeno un rumore.
<<Cazzo>> pensò fra se e se lo spadaccino, <<questa è la prova definitiva che certe cose succedono solo nei film.>>
Ripensò ai suoi amici. Gente con le palle. Avrebbero vegliato sul Rione degnamente. Poi, la strana sensazione: man mano che si avvicinava a quei quattro chili di Semtex, sentì la stanchezza che si dileguava, e la paura che diminuiva.
Si sentiva leggero, come prima del sonno. Forse era solo molto stufo di vivere una vita fatta di doveri, sangue e terrore. O forse il dolore alla gamba lo stava facendo delirare.

Su nel cielo, ancora nessun uccello.

<<Ecco cosa sono. Sono solo un uomo stanco. E quello è un gran bel letto, proprio bello.>>, bisbigliò.
<<Cazzo dici?>>, chiese Geller, <<parla ad alta voce se vuoi dirmi qualcosa, stronzetto!>>
Ormai era praticamente arrivato alla bara. Esitò un attimo, saggiando l'aria che si stava riscaldando.


Poi scoperchiò, con la gioia e lo spavento di chi apre un regalo.

venerdì 27 giugno 2014

CAPITOLO QUATTORDICI

Erano le dieci e cinque minuti, ma sembrava notte fonda. Un cielo plumbeo impediva ai raggi del sole di riscaldare un bosco tanto gelato da sembrare fragile. Il casolare era avvolto da una strana nebbia, che sbiadiva i colori e faceva sembrare gli uomini del Rione Sant'Angelo più rocce che combattenti. A tradirli, intirizziti com'erano, le nuvole di vapore in cui il freddo trasformava il loro respiro.
Ludovico aveva cosparso briciole di fortuna ovunque, e se ne stava appoggiato al muro fatiscente, mazza in spalla.
Mattia stringeva la spada e con l'altra mano la sua mappa fasulla. Ai suoi fianchi, un Caima congelato e un Jack con stretta in tasca la mappa vera.
Tre guardie di Gurdje armate di arco si erano arrampicate sugli alberi, camuffate da foglie e rami. Edoardo stava a capo dei quattro zingari rimasti, armato di balestra e di coltello.
Jerome e Momò riempivano lo spazio come potevano: a forza di disagio. Come quando, appena arrivati a una festa, bisogna fronteggiare gruppi che se ne stanno ognuno per conto proprio, e si aleggia per la stanza tentando di inserirsi in qualche discussione.
Il silenzio della mattina era rotto solo dal ritmico e ossessivo verso di un uccello, nascosto in qualche fronda segreta.
La nebbia vomitò fuori i Cercatori di Geller una manciata di minuti più tardi, piccole figure che si coagulavano in quel grigio denso e bagnato, per poi avvicinarsi a passi lenti, manco fossero zombie di Romero.
Non appena furono abbastanza vicini, Mattia e gli altri notarono che erano incappucciati, dal primo all'ultimo. Matteo, anch'esso a volto coperto e con le mani legate dietro la schiena, era tenuto sotto tiro da Geller. La semiautomatica sembrava brillare di luce propria.
I due schieramenti trascorsero immobili diversi istanti, il Corpo di Guardia con lo sguardo calamitato dalla calibro nove e dai loro nemici senza volto, i Cercatori ad ammirare il luccichio delle spade avversarie.
Il primo a parlare, sgraziatamente, fu B-Dogg: <<Beh, cazzo facciamo? Ce lo meniamo a vicenda?>>
<<Vogliamo Matteo.>> disse Mattia, indicando l'amico prigioniero con la punta della spada.
<<E io voglio te.>> rispose Geller, <<E quella cazzo di mappa che ti porti addosso.>>
Edoardo e Jack si guardarono, ma solo un attimo.
<<Mancano dei guerrieri all'appello, spadaccino. Che fine hanno fatto?>>
<<Tre degli uomini di Gurdje non se la sono sentita, e sono fuggiti durante la notte.>>, rispose Mattia, gustandosi già il momento in cui Geller e i suoi avrebbero scoperto che non solo tre dei migliori arcieri zingari non erano scappati, ma li stavano bersagliando dall'alto.

Silenzio.

<<Ok,>> fece Mattia, <<Lascia stare i miei, tedesco. Sto arrivando, tu dacci Matteo.>>
Il Capo Guardia si incamminò lentamente, spada in pugno, sentendo il peso di una dozzina buona di dardi e frecce puntate addosso.
Geller si incamminò anche lui, Matteo davanti con la calibro nove puntata alla nuca.
Quando furono a tre metri l'uno dall'altro si fermarono ancora, e di nuovo il silenzio invase lo spiazzo davanti il vecchio casolare.
Geller punzecchiò la schiena di Matteo con la canna dell'arma: <<Vai, spadaccino.>>
Mattia non riuscì a credere a una tale leggerezza da parte del tedesco, a una tale fortuna. Afferrò Matteo per il braccio e iniziò a correre verso i suoi, mentre dagli alberi iniziavano a piovere frecce.
Intorno sembrò scoppiare l'inferno. Safet fu immediatamente raggiunto da un dardo alla gola, e morì sul colpo. Due dei Cercatori caddero sotto le frecce degli zingari appostati sugli alberi, che nella loro lingua si urlavano chi doveva colpire cosa.
Caima si lanciò ad aiutare Mattia, che zigzagava tra gli alberi tentando di eludere i dardi che sibilavano ovunque. I Cercatori gli stavano addosso come se non ci fosse un domani. A un tratto, da dietro a un tronco Fumihiro si frappose tra i due. Aveva gli occhi lucidi d'alcol.
<<Vai, Mattia! Lo trattengo io, 'sto mangiariso!>>, urlò Caima mulinando la spada in aria.
Fumihiro attaccò rabbiosamente, e le due lame di cui era armato riempirono l'aria di bagliori. Ci sapeva fare, il giapponese. Il suo essere ebbro, come se fosse visto dall'altra parte di uno specchio, si trasformava in un prodigio di abilità. Caima si stava appena rendendo conto che quell'uomo minuto era un mostro di tecnica, quando la sua mano venne tranciata via di netto.
L'urlo fece alzare in volo stormi di uccelli dalle fronde scure, mentre Fumihiro sorrideva ebete e già prendeva di mira il collo dello spadaccino.
Ludovico, che poco più in là aveva appena finito di controllare cosa ci fosse nella testa di un Cercatore, gli si fiondò addosso urlando, nascondendo Caima dietro la sua mole immensa e colpendo la mano armata del giapponese, spezzandogliela. Il wakizashi volteggiò in aria e rotolò tragicamente lungo un pendio ricoperto di foglie secche.
<<L'ha colpito, cazzo! Ha tagliato la mano a Caima, 'sto stronzo!>> urlò il ternano verso i suoi, quando sentì un pizzico al petto.
La lunga lama della katana di Fumihiro gli era entrata sotto lo sterno. Il giapponese se ne stava in piedi, lo sguardo rapito dall'altra mano, quella spezzata. Non lo guardava nemmeno, il suo nemico: tutta la sua attenzione era calamitata a quel colpo subito, quel dolore inedito, quell'arto goffamente rotto.
Quello che seguì ebbe una cinetica del tutto innaturale, che defraudò il combattimento di tutta la sua spettacolarità.
 Ludovico guardò il cielo, in cerca di un uccello che si posasse sulle spalle ancora ricoperte di briciole, ma gli alberi erano silenti, e soli. Alzò la mazza inespressivo, come chi riprende il lavoro dopo una pausa, e spaccò la testa allo spadaccino ubriacone. Senza eroismi e senza moine, come si sfracella un melone maturo. Anche il suono, un mesto "CROC" senza nessuna particolarità, non contribuì a rendere la scena interessante. Solo due uomini che muoiono in un bosco.
Ludovico si accasciò a terra, guardandosi la ferita. Prima di abbandonare il mondo diede la colpa alla qualità del pane, che forse non piaceva agli uccellini. E si stupì di quanto il suo sangue potesse essere scuro.

Edoardo, nel suo mondo in bicromia, vide il fratello accasciarsi e impazzì di rabbia. Un dardo gli passò la spalla da parte a parte, ma lui non lo sentì. Si fiondò sul balestriere massacrandolo a coltellate, prese la sua arma e uccise un suo compagno che cercava di nascondersi dietro un grosso castagno.
Volle parlare, chiedere aiuto, ma il cervello, stravolto, non lo aiutò. Si lanciò così addosso alla vittima più vicina, accecato dalla perdita e dalle lacrime.
Jerome non si staccava da Momò che, invasato da un coraggio inaspettato, aveva già fatto fuori un Cercatore, accoltellandolo mentre tentava di ricaricare la balestra. La cosa spaventò un po' il ragazzo, abituato a vedere l'amico sorridente e al massimo dispensatore di qualche cazzotto. Non s'era mai trovato nel mezzo di una battaglia vera, e in fondo stava invidiando davvero Momò. Cazzo, almeno lui se la stava godendo.

Jack, poco più avanti, stava fronteggiando B-Dogg. Notò il romanzo d'amore che spuntava dalla tasca della felpa. Il ragazzo di colore si muoveva agilmente, facendo danzare il coltello tra le mani.
<<Sei un romanticone, uh?>>
<<Fatti i cazzi tuoi, uomo. Combatti.>>
<<Spada contro coltello? Non mi sembra molto equo.>>
<<Scommettiamo che ti strappo la tua sicurezza dal buco che ti aprirò in pancia?>>
<<E come me lo farai, il buco? A suon di frasi d'amore?>>
B-Dogg digrignò i denti e si lanciò sullo spadaccino, rapidissimo. I due si ritrovarono abbracciati, Jack gli affibbiò un paio di ginocchiate, B-Dogg lo strattonò ed entrambi caddero lungo un pendio.
Jack si rialzò di scatto, cercando disperatamente la spada che gli era sfuggita di mano. B-Dogg sputò una foglia secca dalla bocca,  e con un calcio spedì l'avversario gambe all'aria.
<<Mi sa che la scommessa la vinco io.>>, disse mentre impugnava il coltello saldamente, pronto a colpire.
Jack impuntò le mani a terra per alzarsi, quando le sue dita incontrarono, sotto il fogliame, il wakizashi di Fumihiro. Gran botta di culo.
B-Dogg si lanciò verso il basso, caracollando nei pantaloni troppo grandi, Jack rotolò di lato e si voltò subito dopo, affondando la lama nipponica dentro il collo del ragazzo. B-Dogg gorgogliò con la faccia tra le foglie, scalciò il vuoto freddo che lo circondava e si afflosciò, concedendosi due ultimi respiri prima di crepare.
Jack rimase steso supino, riprendendo fiato e guardando l'impugnatura del wakizashi, finemente lavorata.
Poi, l'urlo di Mattia: <<Jack! Geller sta scappando! Fermalo!>>
Si arrampicò affannosamente fino in cima, giusto in tempo per recuperare la spada e scorgere il tedesco che si dileguava tra il fogliame, la pistola ancora in pugno.
I tre guerrieri di Gurdje, agili come gatti, scesero dagli alberi e si accodarono all'inseguimento.
Jack concesse un ultimo sguardo a Mattia, che si stava ritirando all'interno del casale.
<<Cazzo, prendi quel tedesco di merda! Ammazzalo, abbiamo Matteo!>> gli urlò il Capo Guardia mentre varcava la porta.
Corsero a perdifiato attraverso il bosco sempre più fitto, scostando con le mani i rami dagli occhi, arrancando tra il fogliame spinoso. A un tratto uno dei guerrieri di Gurdje urlò, il piede spezzato in una tagliola.
<<Fermi!>>, urlò Jack alzando la spada al cielo, <<Hanno piazzato delle trappole, i bastardi!>>
Con la coda dell'occhio vide Geller arrampicarsi faticosamente lungo un pendio, fece un cenno e i due zingari rimasti scoccarono le frecce all'unisono.
Geller, colpito, rotolò indietro. Jack ebbe paura, gli sembrò tutto troppo facile. Non voleva credere che l'uomo più pericoloso al mondo potesse crepare così, con due frecce nella schiena.
Una delle guide zingare rimase con il compagno colpito, Jack e l'altro si incamminarono verso il cadavere. O il presunto tale.
Si avvicinarono cauti, scandagliando il fogliame con la spada e le punte degli archi. Il corpo giaceva a pancia in giù, una posizione ridicola e contorta. Non respirava.
<<Dio, è morto davvero?>> si chiese Jack tra se e se, bisbigliando.
Lo zingaro girò il cadavere, poi gli sfilò il cappuccio, ed entrambi rimasero a guardarlo, con la testa china.
<<Me lo immaginavo molto più vecchio, e con i capelli bianchi.>> disse Jack.
<<Eppure è lui, guarda, laggiù c'è la pistola. Non l'avrebbe mai lasciata a nessuno.>> rispose lo zingaro, strofinandosi la barba.
<<Valla a prendere, potrebbe tornarci utile.>>
Mentre la guida si incamminava verso l'arma, Jack toccava appena il cadavere con la punta della spada. Ancora non credeva che tutto si fosse risolto così, con due cazzo di frecce.
Poi, l'urlo: <<Jack! Ho trovato la pistola! È un cazzo di giocattolo!>>
<<Che significa un giocattolo?>>
<<Un'imitazione!>>
Ci fu un lungo silenzio, poi di nuovo la voce dello zingaro: <<Vieni qui, spadaccino. C'è una cosa devi vedere.>>
Jack strinse forte l'elsa e si incamminò costeggiando la piccola collina, strizzando gli occhi e il culo, come quando si guarda un thriller e ci si aspetta un colpo da un momento all'altro.
Oltre una fitta schiera di rovi, faceva bella mostra di se l'accampamento dei Cercatori. Le ceneri fumavano ancora.
<<Laggiù.>> disse lo zingaro, indicando con il dito una figura appesa a un albero.
La bocca tappata da un panno, i piedi orrendamente sfigurati e un rivolo di sangue che usciva dal naso. Sul collo, tutt'attorno alla corda che avevano usato per impiccarlo, chiazze violacee.
<<Cristo.>> disse Jack non riuscendo a trattenere le lacrime, <<Oh, Cristo. Quello è Matteo.>>
Piangendo spiccò quel corpo esanime dall'albero, stupendosi di quanto fosse leggero quel guerriero formidabile e avventato.
Poi, la consapevolezza. La terribile consapevolezza.
Si rivolse allo zingaro senza staccare gli occhi dal cadavere dell'amico:
<<Oh.>>
<<Che?>>

<<Se Matteo era appiccato all'albero, chi è quello nel casolare con Mattia?>>

venerdì 13 giugno 2014

CAPITOLO TREDICI

Geller guardava estatico il manganello di legno poggiato a terra, tra le foglie. Trovava curioso quanto diabolico potesse essere un oggetto tanto lineare, tanto semplice. Si ricordava, anni addietro, che il suo istruttore lo sventolava sopra la testa quando ne tesseva le lodi. Era innamorato di quell'arma che sembrava essere la madre di tutti gli strumenti di dolore.
<<Potete toccare il cielo con un dito, vedete?>> diceva, mentre si stiracchiava con il braccio armato in aria, come quando si cerca di raggiungere un qualcosa posto troppo in alto.
<<Il manganello è un arma efficace e terribile. Non serve altro nelle mani di un vero soldato.>>
A vederlo così, riverso sul terreno umido, sembrava effettivamente innocuo, e Geller si concesse un sorriso.
Spostò lo sguardo su i piedi nudi di Matteo, che giaceva supino. Calli gialli ricoprivano le piante quasi per intero. Zona interessante il piede. Interessante il concetto stesso. Ci trascina in giro, tutta la vita, sempre rinchiuso al buio delle calzature. Secondo la medicina cinese, è dai piedi che l'energia dell'universo ci raggiunge, schiantandosi nel nostro corpo. Anatomicamente, una delle zone più ricche di ricettori del dolore, soprattutto sotto la pianta. In poche parole, se vuoi davvero far male a una persona, colpiscila sotto i piedi.
Si massaggiò la barba, poi lanciò un urlo a uno dei Cercatori, quello con cui si divertiva a stuzzicarsi: <<Le hai posizionate le trappole, tragica parodia di un guerriero?>>
<<Tutt'attorno come vossignoria ha ordinato, pazzo d'un tedesco bastardo.>>
<<Guarda che dopo vado a controllare, checca.>>
<<Faccia pure, sua santità. Che, se Dio vuole, crepi in una cazzo di tagliola.>>

Matteo aprì gli occhi. Bosco tutt'attorno, come prima. Provò a parlare, ma un panno gli impediva ogni suono. In rapida successione, il suo cervello gli comunicò che era stato un coglione, che si era fatto catturare e ora giaceva lì, in un punto imprecisato di una selva pericolosa, legato mani e piedi. Il colpo di grazia fu il faccione sorridente di Geller che gli precluse la vista delle fronde sovrastanti.
Per un attimo quella sagoma scura gli ricordò il volto della zia, anni addietro, quando si era strozzato con il grasso del prosciutto.
L'aveva issato in aria per i piedi e gli aveva rifilato una sfilza di pugni sulla schiena. Donna forte, la zia.
<<Buongiorno.>> disse il tedesco, come quando si sveglia un amico con una tazza di caffè in mano. Inutile dirlo, nella mano dell'uomo più temibile dell'Umbria campeggiava ben altro che una tazza della fumante bevanda: a difendere gli occhi di Matteo dalla luce che filtrava dall'alto c'era una verga di legno. Quarantacinque centimetri di levigato, liscio e durissimo legno.
Il colpo arrivò tanto violento quanto ingiustificato. Geller lo inflisse così, incontrollato come uno starnuto.
Il dolore esplose come un fuoco d'artificio e, incandescente, corse folle per tutto il corpo dello spadaccino, fino a sbattere contro la scatola cranica.
Un dolore di un'impossibilità perfetta, fuori dal mondo, da qualsiasi concezione. Al di là di tutte le parole.
Matteo si sentì svenire, le lacrime gli affollarono gli occhi, impazzite.
<<Devi dirmi dove si trovano le armi.>> Le parole di Geller colpirono i suoi timpani con grande fatica, facendosi strada in un cervello sconquassato da lampi bianchi.
Matteo provò a mugugnare qualcosa, e il vecchio gli tolse il panno dalla bocca, sorridendo.
<<Non lo so, cazzo! La mappa neanche l'ho guardata!>>
Il tedesco sorrise, sfregandosi il manganello tra le mani.
<<E vorresti anche farmi credere che non sai chi ha la mappa? Mattia l'avrà data senz'altro a qualcuno.>>
<<Non l'ho mai visto darla a nessuno.>>
Il secondo colpo arrivò meno potente del primo, ma sullo stesso punto esatto. A Matteo, stavolta, scappò un urlo, forte e squillante come una campana.
<<Cerchi di offendere la mia intelligenza, spadaccino? Vuoi che Mattia si tenga la mappa addosso, così che per noi basti catturarlo e risolvere il problema?>>
<<Cristo, te lo giuro su quello che vuoi, maledizione! Non l'ho vista in mano a nessun altro, quella mappa di merda!>>
Geller si mise a pensare, manganello in pugno e occhi rivolti alle fronde degli alberi. Per prima cosa si rimproverò di non aver tappato la bocca dello spadaccino prima di infliggere il secondo colpo. Qualcuno potrebbe aver sentito l'urlo. Poi pensò se credere o no alle parole di Matteo. Aveva davvero sopravvalutato così il Capo Guardia? Era davvero così semplice raggiungere il pezzo di carta più agognato del post-Disastro?
Se così era, doveva pensare a come raggiungere lo spadaccino. E in fretta, pure.
I Cercatori iniziavano a essere nervosi, e quel cazzo di ubriacone nipponico di certo non migliorava la situazione.
Poco più in la, vicino alle ceneri del fuoco della notte, uno dei Cercatori si divertiva a imitare Geller. E lo faceva gran bene, Geller stesso glielo riconosceva. Aveva anche la voce uguale, quando la impostava come si deve. Molto uguale. Perfettamente uguale.
Geller sentì un'idea germogliargli in testa, si compiacque di quanto fosse geniale e decise di concedersi un sigaro, di quelli che teneva per le occasioni speciali.

Mattia discuteva con Edoardo, gli occhi rivolti agli zingari. Continuavano a squadrare male Caima, ma sembravano tranquilli. Avevano passato tutta la notte a controllare lo stato di archi e frecce, stuzzicandosi a vicenda e menandosi gran pacche sulle spalle. 
<<Quell'idiota di Matteo, porco il diavolo, giuro che non la passerà liscia. Bene gli sta se si è fatto pizzicare dai Cercatori. Come cazzo gli viene in mente di lanciarsi nella boscaglia da solo?>>
<<In una boscaglia zeppa di nemici, mi permetto di aggiungere. Senza contare il fatto che un Cercatore non sarebbe mai piombato in mezzo a noi se non avesse voluto farlo. Li conosco, quelli. Gente addestrata a girare per boschi.>>
<<Che facciamo, Edo?>>
In quel momento giunse correndo una delle guide zingare. In mano reggeva una borraccia sporca di sangue.
<<L'hanno preso. Era una trappola>> disse Edoardo, accendendosi una sigaretta.
<<Puttana ladra.>> esclamò Mattia, <<Ma tu guarda 'sto stronzo! Se il tedesco non lo ammazza prima, giuro che lo faccio io.>>
<<Stai calmo, o fai il gioco di Geller. Tranquillo, il tedesco è troppo furbo per ammazzare il tuo amico. Lo userà per arrivare a te.>>
<<Che intendi?>>
<<Ricorda che quel figlio di troia è un esperto di sopravvivenza. Non rischierà mai uno scontro aperto, ora che ha un ostaggio per pararsi il culo.>>
<<Dobbiamo liberarlo. Secondo te è il caso di andare tutti, o possiamo mandarci solo gli zingari?>>
<<Nessuno dovrebbe muoversi di qui.>> Jerome se ne stava a gambe incrociate, sotto una grande quercia lì vicino.
<<Ah si?>> chiese Mattia avvicinandosi, la mano sull'elsa della spada, <<E cosa dovremmo fare? Lasciare uno dei nostri nelle mani del peggior bastardo al mondo? Restare qui a menarcelo tra di noi, fin quando non saremo dei fottuti cadaveri?>>
Jerome sorrise appena e i suoi occhi nerissimi incontrarono quelli del Capo Guardia.
<<Dico soltanto che Edoardo ha ragione. Non dobbiamo fare il suo gioco. Sa bene come ragionano quelli dei Rioni. Tutte le vostre cazzate, non si lascia dietro quello, non si abbandona quell'altro. La prima cosa che Geller si aspetta è che piombiamo a liberare Matteo, e mi ci gioco le palle che ha trasformato il bosco in una fottuta trappola.>>
<<Ah, le chiami cazzate, Jerome. Noi lo chiamiamo onore.>>
<<Sono regole, Mattia. E chi segue le regole diventa prevedibile. Già abbiamo contro un uomo che sembra essere stato vomitato fuori dall'inferno stesso, un tizio che potrebbe farci a pezzi a mani nude, una macchina da strategia militare...>>
<<E allora?>>
<<Beh, mi sembra abbia già un ottimo vantaggio. Se vuoi facilitargli ulteriormente le cose, diventa prevedibile.>>
Edoardo non seppe trattenersi e scoppiò a ridere. Affibbiò una bella pacca sulle spalle di Mattia e continuò a fumare con le mani in tasca, guardando Jerome dritto negli occhi.
<<Cazzo, il negretto, che testolina! E che capacità di linguaggio! Mi sa che gliele faccio scrivere a lui, le mie storie da oggi in poi.>>
<<Mi prendi in giro, culo bianco?>>
<<Voleva essere un complimento, culo nero. Non che abbia mai sperato che tu lo capissi.>>
Momò uscì da dietro all'albero con la mano sul coltello.
<<A chi hai detto culo nero, stronzo?>>
<<A quello che per primo mi ha chiamato culo bianco, idiota. E metti da parte l'orgoglio da Black Panther, qui gli uomini si misurano in base al valore, non al proprio nome. Potremmo chiamare Geller come ti pare: Priscilla, Bumba Bumba o Mrs. Eveline, non cambierebbe il suo essere un incubo in carne e ossa.>>
Nel frattempo Ludovico aveva notato la scena e si era posizionato dietro al fratello, mazza in pugno e le spalle completamente ricoperte di briciole.
<<Oh, ragazzi, diamoci una calmata. Qui siamo tutti stressati, vediamo di non peggiorare le cose.>> disse Mattia, frapponendosi tra i fratelli Rohl e i due ragazzi.
<<Tranquillo, vecchio mio,>> disse Edoardo <<non mi sono minimamente alterato. E poi mi piace il bianco e nero, ormai ci ho fatto l'abitudine.>>
Quando Mattia collegò la battuta all'acromatopsia dell'amico gli venne da ridere, ma fu un piacere che durò davvero poco: da qualche parte, laggiù nel bosco, stavano torturando Matteo, e loro stavano con le mani in mano. Quindi parlò:
<<Ok. Ascoltatemi bene. Geller proporrà uno scambio. Matteo in cambio del sottoscritto. Vorrà che lo conduca alle armi.>>
<<Non puoi accettare, cazzo. Ci ammazzerebbe tutti.>> disse Momò.
<<Mh, no. Non credo. Una volta messe le mani su quelle armi non credo che rappresenteremo più un problema per lui. Nessuno sarà più un problema per lui. Comunque state tranquilli, non appena Matteo sarà in mano vostra, voi attaccate quei bastardi come se non ci fosse un domani.>>
<<E tu?>>, chiese Edoardo.
<<Io me la caverò, non preoccuparti.>> rispose Mattia, facendogli l'occhiolino.
Edoardo aspettò che i due ragazzi se ne fossero andati, afferrò l'amico per il braccio e lo portò in disparte.
<<Spiegami che c'entrava quel cazzo di occhiolino.>>
<<Il nostro asso nella manica.>>
<<Ti ho visto, che falsificavi la mappa. Tu vuoi portare Geller al cimitero. Non vedo come quello che ho messo nella bara del Biscarini buonanima possa essere un asso nella manica.>>
<<Se tutto andrà storto, lo sarà.>> rispose Mattia, e il suo sguardo era disperatamente determinato.
<<Stai scherzando, vero?>>
<<Ho smesso di scherzare da più o meno una decina d'anni.>>
<<Sai che non ti permetterò di farlo.>>
<<Come tu sai che me lo lascerai fare.>>
In quell'istante una freccia si conficcò sul tronco dell'albero con un suono sordo. E, lungo la sua asta scura, c'era un biglietto legato.
Tutti sfoderarono le armi in direzione del luogo da cui era arrivata, ma non si vedeva alcunché, solo un'intricata muraglia oscenamente verde.
Mattia rinfoderò la spada e staccò la freccia dall'albero, mentre Edoardo puntava ancora la balestra verso il fogliame.
La calligrafia, ormai, la conosceva:

Non so se te ne sei accorto,
ma ti manca un uomo all'appello.
Immagino tu voglia riaverlo tutto intero.
Ci vediamo al casale dove vi siete accampati l'altro ieri,
domani mattina alle dieci.
Buonanotte, fate bei sogni.

Geller


Mattia si infilò il biglietto in tasca, poi:
<<È per domani mattina, al casolare.>>
<<Ha fatto in fretta, il tedesco.>>, disse Edoardo.
<<Ricorda, Edo. Domani appena qualcuno afferra Matteo attacchiamo. E voglio Geller vivo.>>
<<E se ti afferra prima lui?>>
<<Allora userò l'asso nella manica.>>
<<Sai che non ti permetterò di farlo.>>

<<Come tu sai che me lo lascerai fare.>>

venerdì 16 maggio 2014

CAPITOLO DODICI

Edoardo venne svegliato dal fratello, abbastanza allarmato. Reggeva in mano la mazza e continuava a guardarsi le spalle. Appena il cervello si scrollò di dosso il torpore del sonno, le immagini si misero a fuoco e i suoni divennero comprensibili. Al centro dello spiazzo una delle guardie zingare giaceva a terra, una grande chiazza di sangue colava dal collo fino al cavallo dei pantaloni. Accanto un altro zingaro piangeva piano, alzando di colpo il volume nel mentre indicava Caima, che a sua volta sbraitava contro gli altri.
L'aria era gelida.
<<Cazzo succede, Ludovico?>>
<<Non lo so. Stanno litigando di brutto.>>
Edoardo si guardò attorno e il suo primo pensiero andò alla sigaretta del mattino. Se la accese sbuffando via la prima boccata, come faceva sempre quand'era stressato. Mai che si possa dormire in pace. Odiava essere svegliato male.
Si alzò svogliatamente sistemandosi il cappotto, e con passi incerti si diresse al centro della disputa.
Mattia cercava di tenere separati gli zingari da un Caima urlante.
<<Che succede, allora?>>
<<Edo stanotte hanno ammazzato una delle guide. E l'hanno ammazzata con la spada di Caima.>>
<<Sa il fatto suo, il tedesco.>>
<<Gli zingari sono impazziti. Dicono che siamo dei traditori.>>
<<Dio, che rincoglioniti. Lascia parlare me.>>
Con tre passi Edoardo si portò faccia a faccia con il primo zingaro del gruppo.
<<Qual è il problema?>>
<<Caima ha ucciso il nostro compagno, ecco qual è il problema.>>
<<Lo avete visto?>> chiese Edoardo, guardando tutti i volti, <<Qualcuno lo ha visto?>>
Gli zingari si guardarono negli occhi, nervosi, poi uno di loro sbraitò: <<Goran aveva la spada di Caima ancora infilata nella gola! Come lo chiami questo?>>
Edoardo sorrise, guardandosi le punte dei piedi e scuotendo la testa.
<<Non lo so come la chiamerei, 'sta situazione. Forse grosso equivoco. A te, sicuramente, ti chiamo idiota.>>
Lo zingaro scattò avanti con la spada in mano, ma il fendente fu intercettato dalla mazza di Ludovico. La mano, spezzata all'altezza del polso, lasciò cadere l'arma a terra. Prima che qualcuno si potesse rendere conto della cosa lo zingaro era già in aria, issato al cielo dalle braccia di Ludovico.
Le altre guardie avevano già le mani sulle spade.
<<Se qualcuno estrae lo spezzo in due, 'sto cristiano, giuro su mia madre.>> disse Ludovico con quel corpo urlante sopra la testa.
<<Ludo, per Dio, mettilo giù!>> urlò Mattia tuffandosi in mezzo al gruppo.
Ludovico buttò a terra lo zingaro, tra le foglie, e subito afferrò la mazza che aveva lasciato cadere. Sorrise ai presenti e si posizionò dietro al fratello, arma in pugno.
Edoardo colse l'occasione per riprendere parola: <<Credete davvero che un uomo addestrato alla guerra possa uccidere una persona lasciandole l'arma infilata nel corpo? E uccidere quella persona senza la quale le possibilità di uscire vivo da questa merda si riducono di molto? Siete ridicoli, cazzo. Credevo di avere professionisti, come compagni di viaggio. Ci credo che le cose vadano così bene per Geller.>>
Tutti se ne stettero zitti, le mani ancora sulle armi. Edoardo continuò: <<È un esperto di sopravvivenza. Sapete cos'ha pensato, quel figlio di puttana? Perché mai ucciderne dieci se posso farli azzuffare tra di loro e poi doverne ammazzare solo cinque? Mai fare il lavoro che potrebbero fare altri, ecco cos'ha pensato.>>
Tutti i membri del Corpo di Guardia rimasero zitti, aspettando con la mano sulle spade una reazione degli zingari. Gli altri, con la fronte aggrottata, si bisbigliavano nella loro lingua mezze frasi nell'orecchio. Edoardo non gli staccò gli occhi di dosso fino a che, semplicemente, Safet non fece un cenno con la testa a Mattia, e tutta la tensione svanì in maniera sinistra, scricchiolante, come una molla tesa che ritorna al suo posto.
<<Dì ai tuoi spadaccini che tra guerrieri ci si guarda le spalle a vicenda.>> disse lo zingaro, indicandosi la gamba colpita.
<<Dì ai tuoi che, al turno di guardia, se le devono guardare da soli, le spalle.>> rispose Mattia, con lo sguardo rivolto al morto.

Pranzarono verso le dieci e mezza, in modo da essere operativi per mezzogiorno. Si incamminarono lungo il bosco senza proferire parola, evitando i rami secchi e con le orecchie tese all'inverosimile. Aggirarsi tra quegli alberi ritorti, scuri e vigili aveva un che di anatomico, di viscerale. Il freddo rendeva ancora più assordante il silenzio equamente distribuito tutt'attorno, tradendo ogni sospiro con una nuvola di vapore.
La guardia con la mano spezzata lanciava occhiate d'odio ai fratelli ternani poco più avanti, dilaniata dalla consapevolezza che mai e poi mai avrebbe potuto vendicarsi. Gurdje non glielo avrebbe mai perdonato, e sarebbero bastati un paio di giorni affinché il capo degli zingari lo venisse a sapere e sguinzagliasse i suoi sicari.
Mattia continuava a muovere le dita, ascoltando il piacevole scricchiolare delle nocche e la relativa sensazione di sentirsi vivo, e pronto, e scattante. Avanti a lui Caima, che stretto e lungo com'era sembrava una betulla armata. E, ancora più avanti, Ludovico.
Proprio mentre Mattia lo stava raggiungendo per scambiare due parole, Ludovico estrasse dalla tasca un pezzo di pane e iniziò a sbriciolarselo sulle spalle, con fare circospetto.
Alla vista di quell'azione tanto semplice quanto incomprensibile Mattia rallentò un attimo, temendo di interrompere qualcosa. Ludovico, una volta con le mani vuote e la giacca piena di briciole, rimase immobile a guardare il cielo biancastro.

Nulla.

Lo sguardo gli si fece triste, e solo allora Mattia si affiancò.
<<Che succede, Ludo?>>
<<Nulla. Nulla succede.>>
<<E le briciole?>>
<<Sono per gli uccellini. L'ho visto su un libro, se ti metti le briciole addosso quelli si posano su di te, e porta fortuna.>>
<<Beh non basta mettersi le briciole addosso, Ludo. Devi stare fermo, sennò loro si spaventano.>>
<<Ah.>> fece lui. Effettivamente non ci aveva pensato. <<Allora la prossima volta che ci fermiamo ci riprovo. Voglio un uccellino sulla spalla. Almeno uno. Porta fortuna.>>
Mattia lo guardò con tenerezza, quel ragazzone immenso dalle braccia erculee e dalla mente di un bambino. 
<<Mi sa che ci serve un po' di fortuna.>> disse Ludovico guardando avanti, tra le foglie.
<<Quanto hai ragione, vecchio mio.>>
<<Ecco, tieni.>> disse Ludovico estraendo dalla tasca un altro pezzetto di pane. <<Tienilo tu, io ne ho altri.>>
Mattia sorrise e si infilò nella giacca il suo nuovo, incredibile amuleto. Forte di quel brandello di fortuna probabile si portò in testa al gruppo, dove la guida zingara rimasta ancora in vita saggiava l'aria con un naso appuntito e rosso per il freddo.
<<Che conviene fare?>> chiese Mattia senza guardarla in faccia.
<<Continuiamo a muoverci. Sei sicuro che il luogo indicato sulla mappa sia quello giusto?>>
<<Tu non preoccuparti. Si va dove ti dico di andare.>>
<<Come vuoi. Lo sai che ci stanno seguendo, da qualche parte in mezzo al bosco, vero?>>
<<Sento gli occhi di Geller addosso da quando siamo scesi dal treno, stai tranquillo.>>
Mattia rallentò il passo finché non riuscì ad affiancarsi a Jack, che fumava fieramente nella sua divisa d'onore. Gli era venuta voglia di parlare, se li stava passando tutti.
<<Com'è, vecchio mio?>> chiese Mattia.
<<Tranquillo. A parte 'sto problema tra Caima e gli zingari.>>
<<Il tedesco sa il fatto suo, ma la situazione sembra sotto controllo.>>
<<Appunto, tranquillo.>>
<<Jack, se mi dovesse succedere qualcosa, porta i ragazzi alle armi.>>
Gli infilò la mappa in tasca, senza che nessuno lo vedesse.
<<Che cazzo è?>>
<<È la mappa. Geller sa che la porto addosso io, ne ho fatto una copia contraffatta. Ho cambiato le indicazioni. Quella vera tienila tu. Se dovessero prendermi, li porterò dove voglio io.>>
Jack sembrava disturbato all'idea di portarsi dietro l'oggetto più agognato dell'Umbria.
<<Ah. E dove li vuoi portare?>>
<<Questo è meglio che lo sappia solo io, fidati.>> rispose Mattia, facendosi serio. Poi, vedendo Jack con il dubbio stampato in volto: <<Il nostro asso nella manica.>>

Jerome e Momò camminavano come se fossero dentro a un negozio di cristalli, attenti a non toccare nulla. 
Parlavano a bassa voce e solo fra di loro, non guardavano mai negli occhi nessuno e tentavano come potevano di focalizzare come si fossero trovati in quella situazione assurda: catapultati dalla periferia perugina in un bosco, scortati da una dozzina di uomini che uccidevano come se respirassero. Momò si chiedeva perché effettivamente li avessero portati con loro. Avrebbero potuto prendersi la mappa con la forza e accoltellarli in un vicolo buio. Poi si rese conto che, effettivamente, si parlava del Corpo di Guardia, e quelli non ammazzano mai senza motivo. 
Bella fortuna, pensò. Sarebbe bastato non rompere le palle a nessuno, fare attenzione a non schiattare e magari alla fine di tutta quella folle caccia al tesoro ci sarebbe scappato pure un premio.
Magari una pistola.
Alle tre del pomeriggio tutti si fermarono per una breve pausa. Scelsero come luogo un'antica strada che serpeggiava tra gli alberi ad alto fusto, protetta da un lato da una parete terrosa. Le radici vi spuntavano come grandi mani, e stuzzicavano le nuche. Le guardie zingare, a turno, smontarono e controllarono lo stato di archi e frecce. Ludovico non perse occasione per attirare la fortuna e, seduto contro il tronco di un albero, si cosparse nuovamente di mollica di pane. Matteo stava imbracciando la chitarra quando, proprio dall'alto della parete, uno dei Cercatori di Geller si schiantò a terra con un tonfo. Veloce come un gatto schizzò in piedi, guardò con occhi spiritati gli increduli spadaccini e prese a scappare in direzione opposta, verso i cespugli. In mano reggeva una borraccia militare. Si girò solo un attimo prima di riprendere a correre, giusto in tempo per vedere uno degli zingari incoccare una freccia. L'arco si tese gemendo e il dardo, con una breve parabola, cadde nel punto dove approssimativamente doveva trovarsi il bersaglio in corsa.
Un urlo squarciò l'aria gelida, e le fronde rimasero in silenzio. Matteo fece un cenno con la mano e tutti si bloccarono, aspettando che lo spadaccino si mettesse in moto. Sguainò la spada lentamente, rimanendo in ascolto. Mosse i primi passi controllando continuamente le spalle, poi lo sguardo si calamitò verso il fitto del fogliame, là dove giaceva il Cercatore. Si sfilò gli occhiali da sole e li chiuse nel taschino della giacca militare, guai a rovinarli.
Arrivato sul posto, una bella chiazza di sangue sporcava le foglie a terra, ma del Cercatore nessuna traccia. Matteo strinse la spada fino a sbiancarsi le nocche. Era ancora vivo, il figlio di puttana. Macchie vermiglie ne tradivano la fuga. Sanguinava come un maiale, poco ma sicuro. Ottima mira, 'sti zingari.
Seguì le tracce allontanandosi sempre più dalle voci che lo chiamavano indietro e dalla possibilità di avere supporto, sempre più dentro un bosco scuro come un presagio. Man mano che il fogliame invadeva d'ombra tutt'attorno, le urla di Mattia si facevano appena percepibili fra i mille scricchiolii del bosco.
Matteo, pure senza sentire nulla, già si immaginava la strigliata che avrebbe avuto al ritorno, che era stato un incosciente, che non doveva allontanarsi, che era uno stronzo. Ma a lui non importava. In quel momento c'era solo spazio per l'atavico, perverso piacere della caccia. E la spada, terribile e lucente stretta tra le mani. E l'aria gelida, invasa dall'inebriante odore del sangue. Da quant'è che non uccideva qualcuno? La catalogò come domanda senza senso e spalancò gli occhi per adattarsi alla luce che andava scomparendo.
Giunto in una piccola radura, Matteo vide brillare la borraccia militare. Si avvicinò circospetto, tastando il terreno sotto le scarpe troppo larghe. Anche la borraccia era sporca di sangue. L'annusò e capì che si sbagliava. La borraccia era piena di sangue, oltre che sporca. Il sangue che avevano usato per attirarlo fin lì.

Appena il tempo di darsi dell'idiota che qualcosa lo colpì in testa, risucchiando il bosco attorno in un buio che faceva paura.

venerdì 2 maggio 2014

CAPITOLO UNDICI

Geller, seduto su una grande roccia coperta di muschio, guardava Fumihiro attaccarsi al collo di una bottiglia. Solo per un attimo i dubbi, quelli di B-Dogg nei confronti dello spadaccino ubriacone, provarono a insinuarsi nella sua mente, ma il tedesco li scacciò via assieme al fumo del sigaro, che ad ampie volute svanì nelle volte degli alberi.
Il suo sguardo si spostò sul giovane socio, appollaiato su di un ramo a leggere un romanzo d'amore. Se ne vergognava, come dargli torto? Non era molto gangsta. I Cercatori ogni tanto gli chiedevano in cosa consisteva la lettura e lui, acido, gli rispondeva: <<Cazzi miei, uomo. Và a far la guardia.>>
A Geller il futuro appariva roseo. Superata la spiacevole seccatura degli spadaccini di Mattia e una volta messo mano a quella fortuna incalcolabile, avrebbe usato B-Dogg come una marionetta. Non ci sarebbe voluto nulla a sfruttare il ragazzo per guidare le gang di Ponte San Giovanni e un giorno, chissà, magari invadere la città. E, una volta padrone di Perugia, avrebbe affidato il comando a un uomo fidato. Magari uno dei Cercatori del Comandante. Già si vedeva a godersi la vecchiaia e i suoi adorati sigari cubani in un qualche casale tranquillo, sorvegliato da gente fidata.
Tuttavia non poteva ignorare il fatto che non sarebbe stato facile. Conosceva gli spadaccini del Corpo di Guardia. Il fatto non si limitava solo a farli fuori, ma anche a evitare che facessero fuori B-Dogg. Col cazzo che quelli del Ponte avrebbero seguito un bianco all'assalto dei Rioni, anche se quel bianco avesse posseduto una potenza di fuoco mai vista dai tempi del Disastro.
Poi, d'un tratto, Geller si concesse il lusso di un sorriso. Il pensiero che, in fondo, quel ragazzo non era indispensabile lo carezzò come mano di donna. Improvvisamente l'idea di incontrare resistenza all'interno della comunità nera del ghetto non lo preoccupava più di tanto. Avrebbe convinto gli scettici con il sistema più antico del mondo: una canna di pistola puntata in faccia.
Cullato da questa piacevole seconda scelta, scese dalla roccia silenzioso e, sigaro in bocca, si incamminò verso Fumihiro, impegnato a litigare con un Cercatore.
Quando Geller giunse fra i due, il giapponese aveva già la mano sulla spada.
<<Che succede, signori?>>
<<C'è che quest'ubriacone si sta finendo tutta la bottiglia e non la vuole condividere, ecco che c'è!>> disse irato il Cercatore.
Fumihiro, di rimando, lo fissava attraverso le palpebre socchiuse, senza dire una parola.
Geller prese da parte il Cercatore e gli parlò senza staccare gli occhi dallo spadaccino.
<<Ascoltami bene, mentecatto. Non voglio disordini nella squadra, il giapponese può bere tutto quello che vuole, tu no. Ti sembrerà strano, ma quel figlio di puttana quand'è ubriaco è ancora più letale con quelle cazzo di spade. Tu, invece, con in corpo tutto il vino che quel tizio riesce a trangugiare, non ammazzeresti un uomo nemmeno per sbaglio.>>
<<Che cazzo dici, Geller? Sei impazzito?>>
<<Cos'hai detto, scusa?>> Geller non riusciva a credere alle sue orecchie.
<<Mi hai sentito, stronzo d'un tedesco! Devi essere pazzo a mettere la tua vita in mano a un cazzo di ubriacone!>>
Geller strabuzzò gli occhi e poi, lentamente, la barba si aprì come un sipario lasciando in bella mostra un sorriso da tigre.
<<Ascoltami bene, idiota. Ti ripeto che preferirei un ubriaco come lui a mille sobri come te. E poi, cosa importante, se non vuoi ritrovarti a reggerti le viscere con le mani, non osare mai più rivolgermi parole come quelle che, mi auguro per sbaglio, ti sono sfuggite prima.>>
Il Cercatore si rese conto di aver esagerato e afferrò il coltello che portava assicurato al fianco. Geller, inesorabile, camminava verso di lui mentre si toglieva prima la giacca, poi la camicia, infine la canottiera, rimanendo a torso nudo. Il tedesco aprì bocca lasciando cadere il sigaro a terra: <<Leva la mano dal coltello, coglione. Guarda il mio corpo. Cosa vedi?>>.
Il Cercatore non sapeva cosa rispondere, e il terrore gli strappò di bocca la prima delle parole che gli capitò a tiro: <<Pelle?>>
<<Certo che ho la pelle, idiota. Vedi cicatrici?>> chiese Geller. Poi, osservando lo sguardo vuoto del Cercatore: <<Sul mio corpo, ci sono cicatrici?>>
<<N...No. Non le vedo.>>
<<Bravo, e sai perché? Perché sono il migliore. Ho combattuto mille guerre e i miei occhi hanno visto inferni che tu nemmeno immagini. Non ho nemmeno una cicatrice perché non ho ancora trovato nessuno tanto bravo da colpirmi. Quindi, o sfili il coltello e provi a essere il primo, oppure torna al tuo posto e non osare mai più crearmi problemi.>>
Il Cercatore fece scivolare la mano dall'impugnatura dell'arma fino alla coscia, rimanendo goffamente in piedi, chino su se stesso.
Geller, mentre si rivestiva, si rivolse agli altri uomini, che nel frattempo erano rimasti tutti impietriti dinanzi alla scena.
<<Questo valga per tutti. Non accetto repliche, errori, codardia o paura. Vi chiedo obbedienza, pago bene e  pretendo professionalità in cambio. Chi infrange il patto è un uomo morto.>>, poi, rivolto al Cercatore: <<Cerca di ricordarlo, la prossima volta che ti viene voglia di rompere i coglioni al prossimo.>>
Fumihiro, complice l'alcol, s'era goduto tutta la scena come se stesse assistendo a un buon film, e un sorriso ebete gli era rimasto stampato sulle labbra dall'inizio alla fine. Geller si avvicinò tentando di non far caso alla puzza.
<<Quando ti sarà passata la sbornia vieni a parlarmi. Ho un lavoro per te.>>

Nel tardo pomeriggio Geller, seduto a gambe incrociate tra le foglie, passava in rassegna le sue armi. Aveva smontato, pulito e rimontato la semiautomatica e ora si dedicava ai coltelli. Gli avevano salvato la vita un'infinità di volte, e lui ricambiava tenendoli sempre lucidi ed estremamente affilati. 
Particolare cura veniva data al Fortunato, un piccolo coltello dall'impugnatura in ferro scuro.

Molti anni prima, Geller si trovava faccia a faccia con un allievo, intento a spiegargli perché preferiva i punta cava, invece dei camiciati in rame. Geller ascoltava divertito, giocherellando con il Fortunato, passandoselo fra le dita come una moneta. Il ragazzo, poco più che ventenne, aveva gli occhi lucidi di chi aveva sparato da poco, e tutto entusiasta mimava con le dita l'ampiezza del buco che i proiettili a punta cava avrebbero provocato in un torace umano. A Geller, proprio quando stava per sorridere, cadde il Fortunato a terra. Si chinò fulmineo riuscendo quasi a intercettarlo prima che urtasse il suolo, quando nell'aria risuonò uno sparo, e la testa del ragazzo venne squarciata dal proiettile.
Un cecchino aveva mirato alla testa dell'istruttore senza fare i conti con il caso. E, in quel giorno d'aprile, il caso aveva le fattezze di un piccolo coltello in ferro scuro.

Geller si alzò in piedi con il Fortunato stretto in mano, e così lo vide Fumihiro, appena arrivato sul posto. Quell'uomo terribile in mezzo al nulla, coltello in aria, a minacciare il bosco. A spaventare il nulla.
<<Sto a posto,>> disse Fumihiro felice del fatto che gli era passato il mal di testa, <<che devo fare?>>
Il tedesco aspettò un attimo a rispondere, ancora sentiva la voce del ragazzo nella testa. Infilò il coltello in tasca, poi parlò: <<Ho un lavoro per te. Devi ammazzare uno degli zingari.>>
<<Beh, qual'è il problema?>>
<<Devi farlo di notte. Di nascosto.>>
<<Continuo a non vedere la difficoltà della cosa.>> disse Fumihiro sventolando in aria le spade.
<<Lo devi fare con la spada del ragazzo che era ieri nel bosco.>>
<<Ma chi, lo zingaro che abbiamo beccato?>>
<<No. Il ragazzo che lo accompagnava. Caima.>>
<<Col cazzo, vecchio. Io uso le mie, di spade. Non le tocco quelle degli altri.>>
Geller cercò di stare calmo, pensando a che tipo d'uomo si stava rivolgendo. Un fottuto ubriacone che, spada in pugno, poteva far fuori cento uomini, senza nessun approccio strategico, senza pensiero. Solo un estatico precipitarsi nella battaglia, con la giusta dose di alcol in corpo. Dalla bottiglia alla battaglia. Geller sorrise a quel piacevole gioco di parole, ripetendoselo  fra se e se.
<<Conosci gli zingari?>>
<<No che non li conosco, ho passato quattro anni in quella cazzo di torre. Mai visti in vita mia.>>, rispose Fumihiro, poi: <<ah, no. Una volta uno mi ha venduto un anello. Tutto qui, però.>>
<<Io li conosco bene, invece. Agiscono come un solo uomo, in battaglia. Si proteggono l'uno con l'altro. E chi non riesce a parare il culo al prossimo viene degradato. Se non sei un buon compagno di spada, non sei un cazzo di nulla. Sai questo che significa?>>
Il pensiero di Fumihiro era volato un attimo a una marca di rhum prodotto nelle Antille, e gli venne quindi automatico chiedere: <<No, cosa?>>
<<Significa che gli zingari del gruppo guardano con sospetto Caima. E tutti i suoi compari con lui. Devi intrufolarti nel loro accampamento nottetempo, uccidere la guardia di turno, e ammazzare uno degli zingari con la spada che avrai rubato a Caima. Immagina che bella sorpresa al risveglio.>> fece una bella pausa, poi:  <<Mi ci scommetto quello che vuoi che tenteranno di farlo fuori, allo spilungone.>>
<<Non mi và l'idea di usare una spada diversa dalla mia.>>
Geller perse la pazienza ed estrasse la nove millimetri, puntandola dritta allo stomaco del giapponese.
<<Sentimi bene, samurai: a me frega un cazzo che sei il miglior spadaccino della terra. Sai quanto ti separa da una morte atroce, se non fai come ti dico?>>
Fumihiro era pietrificato. Nessuno l'aveva mai minacciato, tantomeno con una pistola. Geller si gustò la sua paura e sorrise. Poi continuò: <<Nove millimetri. Poco, non trovi?>>
Rinfoderò la pistola senza distogliere lo sguardo dallo spadaccino e dalle sue armi terribili.
<<Fai come vuoi, portati dietro quei cazzo di spiedi, ammazzalo come ti pare, ma deve sembrare che sia stato Caima, intesi? Bagna la spada dello spilungone con il sangue dello zingaro, lasciagliela nelle budella, hai carta bianca. Ma al risveglio di tutti voglio che sia chiaro: Gli spadaccini del Rione sono degli assassini.>>
<<Va bene, Geller. Come vuoi tu.>> disse semplicemente Fumihiro, gli si sedette accanto e cominciò a lucidare le spade.
Geller pensò che quel povero ubriacone, con il necessario addestramento, sarebbe potuto essere un allievo formidabile. Certo, magari prima si sarebbe dovuto provvedere a quel problemino con la bottiglia. Chissà, forse se avesse messo la testa a posto avrebbe potuto essere lui l'uomo di fiducia, l'occhio vigile della sua vecchiaia.

La notte prese il bosco di sorpresa, avvolgendo ogni cosa con la violenza di un pugno gelido. Fumihiro, che si era incamminato quando ancora c'era luce, avvistò il luogo dell'accampamento, tra le radici di grandi alberi scuri. Le braci ardevano tentando di scacciare le tenebre con scarsi risultati, riuscendo a malapena a illuminare la figura della guardia di turno, di spalle al punto dal quale il giapponese spiava.
Tutt'attorno i resti della cena, pacchetti di sigarette vuoti e due confezioni di yogurt bianco.
Fumihiro rimase immobile per cinque minuti, reggendo le spade tra le mani, per evitare ogni rumore. Lo zingaro fumava placidamente la sua pipa, la spada poggiata poco più avanti, a portata di mano. Cercò di individuare Caima fra i presenti, fagotti di coperte senza volto che si muovevano ritmicamente, come tante viscere. Lo vide in fondo al gruppo, poco distante da Mattia e Ludovico, anch'essi immersi nel mondo dei sogni. La spada era appoggiata al tronco rugoso di una pianta, appena sul limitare della selva. Rimaneva il problema della guardia. Avvicinarsi senza allertarla sarebbe stata dura. Quand'ecco vide il capo dello zingaro ciondolare lievemente, per poi appoggiarsi sulla spalla. Che botta di culo. Tanto insperata quanto rara. Doveva muoversi in fretta, prima che il colpo di sonno passasse.
Camminando piano descrisse un lungo semicerchio fino all'albero dove l'arma di Caima era poggiata, misurando ogni singolo passo. La fissò bene. Ottima arma. Prima di allungare la mano passò con lo sguardo in rassegna tutte le figure riverse a terra, fino alla guardia che, sorpresa, si era svegliata. Fortunatamente tra  essa e Fumihiro campeggiava il fuoco da campo, rendendo difficoltoso riconoscere la sagoma del giapponese, immerso com'era negli arbusti. Le fiamme facevano brillare gli occhi dello zingaro. Forse lo aveva visto, forse no. Fumihiro decise di agire d'istinto: sguainò la spada dal fodero e la scagliò dritta nella gola della guardia, spezzandogli l'urlo sul nascere. Si acquattò immobile, aspettandosi il tonfo del corpo sul terreno. La guardia gorgogliò un attimo e, semplicemente, rimase seduta. Fumihiro non riusciva a credere a quei ripetuti colpi di fortuna.
Rimase immobile una decina di minuti, poi recuperò le sue spade da terra e, silenzioso, sparì nelle ombre.

Mentre si allontanava, lo sguardo si alzò riverente verso l'alto, ringraziando il bosco, Dio, Buddha, o chiunque quella sera aveva deciso di baciarlo.