IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 27 dicembre 2013

CAPITOLO DUE

L’E45, dopo il Disastro, aveva ancora più buche di prima. E, sulla vespa, era un continuo zig zag. Si immisero alla stazione, ma dopo un paio di chilometri si dovettero fermare al posto di blocco.
Il tizio armato guardò le spade assicurate sul fianco.
<<Siete del corpo di guardia?>>, chiese senza distogliere lo sguardo dagli oggetti affilati.
<<Si. Rione Sant’Angelo. Stiamo andando a consegnare una pacco.>> rispose Mattia.
<<Cosa, se posso chiedere?>>
<<Mi dispiace, ma non le è permesso.>> disse Mattia, indicando le bande al braccio. L’uomo di guardia aveva appena una striscia nera, e un paio di stelle. Jack, con due fasce e quattro stelle, sorrise.
Proseguirono ai margini della corsia di emergenza, con Jack che non la piantava di parlare dei girasoli, e di quanto erano belli e poetici.
Dopo un’ora di viaggio una macchia d’alberi si aprì rivelando un grande casale recintato, sorvegliato da sei o sette tizi armati di spade e balestre. In un prato lì vicino, brucavano l’erba una dozzina di cavalli. Gran belle bestie.
Parcheggiarono la vespa sotto un cipresso gigantesco, presero le spade e si guardarono attorno.
C’era un tizio orientale appollaiato sul ramo di un grande olivo secolare. Appena li vide arrivare scese a terra e avanzò verso di loro, la mano stretta attorno all’elsa. Aveva quattro fasce nere, al braccio. Un altro uomo, sempre orientale, incoccò un dardo in una balestra da caccia.
<<Salve.>> disse Jack offrendogli la mano, <<Sono il decoratore.>>
L’uomo rimase in piedi, senza ricambiare il saluto. Stava fissando le fasce di Mattia.
<<Nomina le fasce nere.>> Gli disse, con gli occhi socchiusi dal forte sole.
Mattia si guardò il braccio, poi incrociò lo sguardo della guardia.
<<Cintura nera di Hapkido, Taekwondo e Haidong Gumdo.>>
<<Vedo che hai anche molte stelle.>>
<<Così pare.>>
<<Stelle per cosa?>>
<<Non sei un po’ troppo curioso, compare?>>
<<Non sono tuo compare.>>
Il tizio con la balestra li teneva sotto tiro. Sembrava nervoso.
Jack si intromise tra i due.
<<Possiamo vedere il Signor Giovanni Caporali? È in casa?>>
La guardia stava per rispondere quando si sentì un nitrito. Dalla strada che costeggiava un piccolo bosco di noccioli spuntò una figura a cavallo. In mano aveva una bottiglia.
<<Buongiorno, signore!>> disse la guardia con la balestra, abbassando l’arma.
Il tipo, sulla cinquantina, scese da cavallo in maniera un po’ goffa e si grattò dietro il collo. Sembrava uno sfigato, da com’era vestito. Portava un paio di pantaloncini a quadri e una polo sporca, sul naso un paio di occhiali a goccia.
<<Si  è più visto il negro?>> chiese all’orientale.
<<No, signore. Non lo si vede dall’altra sera.>>
<<Bastardo figlio di una troia! Lo avevo accolto, gli avevo dato un lavoro. Và a sapere che cazzo gli passa per la testa, a quelli lì.>> disse sfilandosi da una tasca un pacchetto di Lucky.
La guardia fece cenno con le spalle e gli fece accendere.
Giovanni tirò una lunga boccata dalla sigaretta e sputò il fumo alle spalle, gettando la testa all’indietro. Bevve un sorso dalla bottiglia, poi si accorse dei due accanto alla vespa.
Si sfilò gli occhiali e strizzò gli occhi, come se non vedesse bene.
<<È il decoratore, signore.>> disse la guardia accanto a Jack.
<<Oh! Fantastico! Cazzo fate lì? Venite dentro, che ci beviamo qualcosa.>> fece per avviarsi nel casale, poi tornò dal tipo con la balestra.
<<Fa il favore, Tuon. Porta dentro il cavallo e puliscimelo bene.  Mi sa che ci ho versato sopra un po’ di limoncello.>>
<<È ubriaco, signore?>>
<<Forse.>>

Il centro della sala da pranzo era occupato da un tavolo antico, di legno scuro. Una meraviglia.
Mattia aveva il naso all’insù, ammirava i quadri appesi alle pareti. Jack si era accomodato su una sedia, la tela impacchettata sulle ginocchia.
<<Che cazzo di casa.>> disse Mattia.
<<Visto?>> rispose Jack, <<Questo qui ha tanti di quei quattrini che nemmeno te lo immagini. In giro si dice cha abbia addirittura una pistola, da qualche parte.>>
<<Non ci credo.>>
<<Chiediglielo.>>
Il padrone di casa emerse dalla cucina con un carrello zeppo di bottiglie. Lo sistemò vicino al tavolo e, da una credenza nei paraggi, afferrò tre bicchieri.
<<Che prendete, ragazzi?>>
<<A me va bene del vino.>> disse Jack.
<<Ha dell’acqua tonica?>> chiese Mattia, <<Ho già adocchiato il gin.>>
<<Certo, oh certo,>> rispose il tipo, <<Serviti pure.>>
Una volta seduti, Jack fece scivolare lungo il tavolo il quadro impacchettato.
<<Oh, sei grande.>> disse Giovanni, scartando il pacco con delicatezza. Espose la tela alla luce della finestra, per vederla meglio.
<<Cazzo, hai davvero le mani benedette.>> disse rivolto a Jack, << Anch’io da bambino non me la cavavo male, in disegno. Papà mi diceva sempre che gli angeli avevano baciato le mie mani. Quanto avevamo detto?>>
Jack sorrise. Si sentiva sempre un po’ imbarazzato, al momento del pagamento.
<<1.500>>
<<Meritati, direi.>> disse Giovanni allungandogli una pacca sulla spalla e versando altro vino nel suo bicchiere. <<Arrivo subito, tu bevi.>>
Si avviò in un angolo della sala, verso la cassaforte. Vi poggiò il quadro sopra, fece due passi indietro e lo guardò di nuovo.
<<Cazzo. Oh cazzo, che meraviglia.>> disse scuotendo la testa.
Digitò una combinazione e la cassaforte si aprì con un click soffocato.
Tra le pile di banconote, Mattia vide brillare una calibro .38. Non riusciva a crederci. Quell’uomo doveva avere davvero una montagna di soldi se poteva permettersi un’arma.
<<Ecco qua. Contali pure, se vuoi.>> disse Giovanni mettendo in mano a Jack un rotolo di banconote da cento.
<<Si figuri, mi fido.>>
<<Ha davvero una bella casa, signore.>> disse Mattia, <<Chissà che fatica tenerla in ordine.>>
<<Mah, guarda, nulla di che. A proteggerla ci pensano i miei vietnamiti, per pulirla trovo sempre qualcuno.>> si scolò un bicchiere sano di scotch, poi continuò.
<<Avevo trovato un negro, è scappato l’altra sera.>>
<<Come mai?>> chiese Jack.
<<Vallo a sapere, cazzo. Eppure lo trattavo come un parente. Lo avevano trovato i miei vietnamiti lungo l’E45, aveva un proiettile nella spalla. Lo curai e lui subito prese a occuparsi della casa. Così, come se lo avesse fatto da sempre. Era alto un cazzo, ma forte come un toro.>>
<<Uhm,>> disse Mattia, <<Ci sono stati screzi, ultimamente?>>
<<No, porca troia, è quello che mi fa rabbia. Lo trattavo da parente, ti dico. Era pure un grande lettore, si è fatto metà della mia libreria in tre mesi. La sera, quando smetteva di pulire in giro, si sedeva in un angolo e si divorava un romanzo a notte.>>
<<Ha una libreria fornita? Le piace leggere?>>
<<Naaah… Sono roba vecchia, di mio nonno. Preferisco andare a cavallo. O a caccia.>>
<<Ho sentito parlare di suo nonno.>> disse Mattia sporgendosi sopra il tavolo. <<Era un famoso partigiano.>>
<<Bah. Così pare. Non me ne è mai fregato un cazzo. Mio nonno per me significa solo una montagna di libri vecchi.>>
Mattia rimase pensieroso, e sentì il sorriso svanirgli dal volto.
<<Sai che ha scritto un diario? Mio nonno  intendo, non il negro.>> disse d’un tratto Giovanni.
<<No. Davvero?>>
<<Mi pare di si. Cazzo, se lo trovo te lo regalo. Sembra che conosci mio nonno meglio di me.>>
Mattia era al settimo cielo. Si scambiarono un gran sorriso con Jack.
Giovanni frugò bestemmiando nella libreria, infilandoci tutta la testa. Ne estrasse un libricino rosso e logoro.
<<Sei fortunato. Eccolo qui.>> disse, lanciando il diario in aria.
Mattia lo afferrò come se fosse di cristallo.
<<Grazie, signore! Lei non ha idea di quanto significhi questo libricino per me!>>
Il padrone di casa si era seduto a capotavola, gli occhi socchiusi e lucidi per l’alcol.
<<Tranquillo ragazzo, oh, nulla di che.>>
<<Se c’è qualcosa che posso fare …>>
<<Oh.>> disse Jack schioccando le dita.
<<Che c’è?>> rispose Mattia.
<<Mi sa che sta dormendo.>>
Effettivamente Giovanni aveva la bocca aperta e le palpebre calate. Puzzava come una distilleria.
Jack e Mattia si guardarono fino a quando non entrò Tuon, quello della balestra.
<<Potete andare, ora. Il signore vuole riposare.>>
<<Uhm. Beh, noi andiamo, signore. Grazie mille.>> disse Jack sventolando una mano davanti agli occhi vitrei.
Il riccone si svegliò aprendo solo un occhio. <<È tornato il negro?>>, disse.
<<No, signore. Appena lo troviamo sarà il primo a saperlo. Ora coraggio, si metta sul divano. Starà più comodo.>> disse Tuon.  Lo accompagnò in un’altra stanza. Nel frattempo era entrata anche la seconda guardia.
<<Fate buon viaggio. La vespa aveva una luce rotta, te l’ho cambiata.>> disse il tizio a Jack.
<<Ah cazzo, grazie!>>
Mattia uscì dalla porta stringendo la spada. Jack continuava a sorridere, nervoso. Erano strani, quei vietnamiti. Facevano la parte genitoriale, in quel cazzo di casolare.

martedì 17 dicembre 2013

Francesco Bufali


Green Chaos - Tecnica Mista su Carta da 220g - A4

"Mi sono immaginato una cosa tipo 'la notte in cui successe tutto', un po l'ipotetico inizio del caos"

venerdì 13 dicembre 2013

CAPITOLO UNO

<<Ascolta, sto perdendo la pazienza. Tira fuori la penna.>>
Jack sorrise sotto i baffi, nella penombra.
<<Te l’ho detto, non ho idea di che fine abbia fatto.>>  disse senza smettere di sorridere. Afferrò il bicchiere di vino con la mano libera dai pennelli e buttò giù un sorso. Mattia odiava quando faceva così. Odiava il sorrisetto sornione, più di ogni altra cosa. La stanza puzzava di trementina. Si sarebbe dovuto ricordare di aprire la finestra, prima di uscire.
<<Jack vaffanculo, so che l’hai presa tu.>>
Jack, dal canto suo, non sopportava l’abitudine di Mattia di sottolineare i libri a penna. Appena poteva, faceva sparire tutto ciò che non avesse un’anima in grafite.
<<Porca puttana, Jack!>> disse Mattia alzandosi dalla poltrona. Brandiva il romanzo di Elmore Leonard come un coltello da lancio.
<<Occhio. Qualcuno potrebbe farsi male.>> Jack alzò la mano chiusa a pugno sui modellini dell’amico. Sotto le sue dita affusolate, un partigiano di plastica offriva una sigaretta a un compagno. Un tedesco ai loro piedi giaceva sul lastricato sporco di sangue. Jack non smetteva di sorridere. Sapeva bene quanto Mattia tenesse ai suoi diorami. Passava ore e ore a costruire vie di città, leggere libri sull’argomento e cercare foto d’epoca.
Era il periodo dei partigiani, quello. Prima c’era stato quello delle truppe nipponiche e, prima ancora, quello dell’aviazione. Cinque mesi di aeromodelli appesi al soffitto con filo di nylon.
I due rimasero a guardarsi per un po’, illuminati dalla luce che Jack usava per dipingere.
<<Senti, non me ne frega un cazzo dei modellini.>> Mattia fece per avanzare, Jack alzò il pugno e lui si arrestò.
Il sorriso, ormai, gli collegava le orecchie.
<<Sotto il cuscino.>> disse infine, afferrando nuovamente il bicchiere e sistemando le gambe sul tavolo.
<<Sei uno stronzo.>>  sentenziò Mattia mentre si avviava verso il letto. La penna, colpita dalla luce, brillò come un diamante.
<<La prossima volta non ti salveranno i partigiani.>>
Stava per lanciare il cuscino quando la porta si spalancò ed entrò Caima, accigliato.
<<Ohè!>> disse Jack senza staccare lo sguardo dalla tela <<Che è successo?>>
<<C’è che quel ciccione schifoso dell’alimentari prima o poi l’ammazzo. Arrogante di merda.>> disse Caima svuotando la busta di carta sul tavolo, in mezzo ai tubetti di colore a olio. Si sfilò la spada dalla cintura e la poggiò sulla parete, accanto al frigo.
<<Lui e i suoi fratelli. Sudati e unti. Solo perché trafficano in oro rubato si credono i gangster del Rione.>>
Si girò verso Mattia, che teneva con l’indice il segno al libro.
<<Chi è che difende il Rione? Chi li ha protetti, quando la banda di Kahlil voleva dar fuoco al loro locale cencioso?>> chiese Caima, mentre infilava delle latte di conserva in un armadio.
<<Come se non me lo ricordassi, porca troia!>> continuò mentre piegava la busta di carta e la buttava in un cassetto. Quando si arrabbiava (cioè spesso) le vene del collo sembravano volergli strappare la pelle.
<<Era un giovedì sera, quelli di Kahlil erano incazzati neri perché il ciccione gli aveva spedito un paio di anelli placcati, e loro glieli avevano chiesti di oro puro. Dovevano spedirli a qualche zingaro delle montagne, poco ma sicuro. Insomma stendono i tizi alle porte e risalgono Corso Garibaldi armati di torce.>>
<<Cazzo, mi ricordo.>> interruppe Jack. Aveva la testa inclinata e sembrava soddisfatto del quadro.
<<Ci hai messo troppo giallo.>> disse Mattia, poi Caima continuò.
<<Quando arrivammo avevano tagliato già il cazzo a Luigi, il fratello piccolo del grassone. Ne ammazzammo tre e disperdemmo gli altri, che scapparono attraverso il parco. Bella riconoscenza. Porto ancora le cicatrici di quello scontro.>>
<<Che c’è per cena?>> chiese Jack mentre abbondava di giallo.
<<Ho preso della carne. Come la volete?>> domandò Caima mentre afferrava una padella da sotto il lavandino.
<<Io la voglio scaldata.>> rispose Jack.
<<A me ben cotta. Ci metto il guacamole.>> disse Mattia, mentre poggiava il libro vicino al camino.
<<Preparo anche un panino per Matteo. Sta di guardia alle porte, stasera.>>

Mangiarono in silenzio con Jack che, tra un boccone e l’altro, ritoccava il quadro.
<<Non puoi mettere il guacamole dappertutto.>> Disse Caima mentre spolpava un osso con i denti.
<<Ah no?  E perché?>>
<<Perché lo metti dovunque. Quella è una salsa piccante, e tu la metti anche nella pasta, Cristo!>>
<<È messicana, certo che è piccante.>>
<<So che ci mettono la panna acida, dentro quella merda.>>
<<Solo negli Stati Uniti. In Messico è considerata meno nobile perché maschera il sapore dell’avocado. Inoltre loro per pestare gli ingredienti usano esclusivamente il molcajete, che è il mortaio tipico di quelle parti.>> Mattia aveva appena finito la scarpetta, e si puliva la bocca sorridendo.
<<E comunque stasera l’ho messo sulla carne, il guacamole, dove ci sta da Dio. Quando lo metterò sulla pasta, sarai autorizzato a rompermi le palle.>>
<<Me ne ricorderò.>> disse Caima
Mattia si alzò a tagliare il panino, nel tragitto verso la busta del pane guardò dalla finestra. Tutto tranquillo.
<<Domani cos’avete da fare?>> chiese Jack.
<<Io sono inchiodato qui.>> disse Caima, <<Turno di guardia.>>
<<Io nulla.>> disse Mattia mentre toglieva il grasso dal prosciutto. Matteo odiava il grasso, una volta da piccolo ci si era strozzato e da allora non voleva nemmeno vederlo in foto.
<<Oh allora accompagnami a consegnare il quadro.>> disse Jack, poi un sorriso gli illuminò il volto. <<Ci andiamo in vespa.>>
<<E perché diavolo dovrei venire fino a Todi? Era a Todi che stava il tizio, vero?>>
<<Sì. E sai qual è il suo cognome?>>
<<No. Quale?>>
<<Caporali>>
<<Stai scherzando, vero?>>
<<Assolutamente. Il pronipote del partigiano.>>
<<Porca puttana devo conoscerlo!>>
<<Accompagnami a Todi.>>
Mattia afferrò la spada e se la infilò nella cintura. Infilò la fascia al braccio, decorata da tre stringhe nere e svariate stelle di tessuto. Infilò il panino nella tracolla.
 Stava per uscire, poi si fermò. <<Non mi stai raccontando palle, vero amico mio?>>
Jack sfoderò il migliore dei suoi sorrisi sornioni.
<<Tu fidati.>>

Corso Garibaldi sembrava una grande fucina, avvolto com’era dal vapore dei negozi di kebab e dal fumo dei narghilè. Il freddo trasformava il tutto in grandi colonne bianche, che salivano verso le stelle come immensi alberi. Appena dietro l’angolo, Mattia entrò nell’alimentari e vi trovò Luigi.
Il ciccione lo salutò con un cenno della testa.
<<Tuo fratello dov’è?>>
<<Ah non lo so. Quello esce di continuo e non mi dice mai nulla.>>
<<Beh digli che deve essere un po’ più riconoscente. Questo posto di merda non è un cumulo di cenere grazie a noi. Non dimenticatelo, o verremo di notte come quelli di Kahlil. Anche noi abbiamo buone lame.>>
Luigi lo fissava con la bocca semiaperta.
Mattia sorrise, e lo squadrò in mezzo alle gambe.
<<Dì a tuo fratello che basta un solo eunuco in famiglia.>>
Uscì afferrando dallo scaffale una busta di pistacchi. Passò dal bar e si ordinò un gin tonic, salutò qualche faccia conosciuta, per lo più commercianti e membri del corpo di guardia. Gli venne in mente che si era scordato di aprire la finestra.
In fondo alla strada vide Matteo seduto su una cassa di legno, la spada era appoggiata al muro. Stava suonando I’m Bad Like Jesse James, di John Lee Hooker.
Appena vide arrivare l’amico, attaccò uno stornello country. A Mattia parve di riconoscere Folsom Prison Blues. Intonò le prime strofe, sorridendo. Amava quella canzone.

I hear the train a comin'
it's rolling round the bend
and I ain't seen the sunshine since I don't know when,
I'm stuck in Folsom prison, and time keeps draggin' on
but that train keeps a rollin' on down to San Anton…

<<La cena è servita.>> disse Mattia sventolando in aria la busta del panino.
<<Come va lassù?>> chiese Matteo.
<<Tutto a posto, a parte una storia con il grassone dell’alimentari.>>
<<Uhm>> disse Matteo staccando un morso di pane, <<Che vuole?>>
<<Nulla, è solo arrogante. Gli ho detto di piantarla o gli tagliavamo il cazzo. La situazione ci sta fuggendo di mano, vecchio mio. Una volta le bande al braccio significavano rispetto. Ora la gente da per scontata la protezione che gli diamo.>>
<<Dovremmo sparire per un po’, lasciarli nella merda.>>
<<E cosa otterremmo? Il Rione saccheggiato, disordini per le strade. La città è sul filo del baratro, e sai qual’è l’unica cosa che la può salvare?>>
<<Cosa?>>
Mattia diede due pacche all’elsa della spada.
<<Ciò non toglie che un periodo di riposo ci servirebbe. I ragazzi sono stremati. Che bruci il Rione, si può ricostruire.>>
Mattia afferrò Matteo e lo appiccicò contro il muro.
<<Primo Comandamento.>>
Matteo lo guardava terrorizzato. Un filo di prosciutto gli pendeva dal labbro.
<<PRIMO COMANDAMENTO!>> Urlò Mattia.
<<F… fedeltà verso il proprio Rione.>>
<<Ecco. Bravo. Non dimenticarlo mai.>>
Lasciò andare Matteo, che si sistemò sulla cassa senza mai distogliere lo sguardo.
<<Finché sono a capo del corpo di guardia, nessuno molla.>> disse Mattia, sedendosi a terra. Da una sacca stretta attorno alla cintura estrasse cartine e tabacco.
<<Non intendevo mollare,>> sospirò Matteo <<È solo che, ogni tanto, mi viene voglia di staccare. Mi chiedo sempre come vivesse la gente prima del Disastro.>>
<<Tanti problemi in meno, sicuramente. Hai da accendere?>>
Matteo gli offrì il suo accendino.
<<Suoni ancora in quel locale, com’è che si chiama?>> chiese Mattia.
<<Habanero. Non è male, se hai le conoscenze.>>
<<In che senso?>>
<<Nel senso che se non sei amico di qualche negro, ti ritrovi sette coltelli alla gola e il portafogli vuoto.>>
<<Ah. Cazzo. Ma non l’ha in gestione Sneaky, quello che canta hip hop? Mi sembra un tipo a posto.>>
<<Certo, sempre lui. Solo che tipo due mesi fa ha avuto una specie di crisi mistica, roba da re del ghetto, e ha cominciato a immischiarsi in brutti traffici.>>
<<Che tipo di traffici?>>
<<Proiettili. Li nasconde dentro a delle buste di plastica, li chiude ben bene e li lega a un sasso. Poi finiscono dritti nel fiume. I clienti vanno nel locale, si bevono l’impensabile, scopano qualche puttana, poi Sneaky se li porta nel retro, dove concludono l’affare. Un ragazzetto si tuffa in acqua con un coltello, taglia la corda e recupera i proiettili.>>
<<Cazzo, si potrebbe andare a prenderli. Tu sai nuotare, vero?>>
<<Non ci pensare nemmeno. Lungo la sponda ci sono gli arcieri. Tirano a qualunque cosa non sia un tronco o un cadavere. L’ultimo che ci ha provato è stato uno del Rione di Porta Sole. L’hanno trovato la mattina presto, legato alla Fontana Maggiore. Era crivellato di frecce, sembrava San Sebastiano, solo che era brutto come la fame.>>
<<Uhm, credevo ci fossero tizi con il ferro spianato, lungo il fiume. Sneaky non mi sembra tipo da arcieri. Non è molto gangsta, l’arciere.>>

<<Parli di armi? Cazzo, Sneaky è ricco, ma non così ricco.>>