IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 24 gennaio 2014

CAPITOLO QUATTRO

Sneaky viveva in un palazzone immenso che svettava nei pressi della chiesa. Il suo passatempo preferito era quello di sputare di sotto, in testa ai clienti della Coop.
<<Guardate questo!>>, diceva ogni tanto alla cricca appollaiata in ogni angolo dell’attico, tirava col naso e sputava.
La sua crew muoveva la testa al tempo della musica e, quando sentivano gli urli di sotto, se la ridevano.
Aveva iniziato la sua carriera come la maggior parte dei giovani di colore della periferia, ossia spacciando erba. Poi, un bel giorno, il capo della comunità nera ha un brutto incidente e cade casualmente sulla sciabola di Sneaky. Nessuno fa domande e il ragazzo si ritrova a gestire il business della droga e dello smaltimento dei cadaveri, che non era poco.
Dopo il Disastro non c’erano né i soldi né la sicurezza per seppellire i corpi, così chiunque moriva veniva affidato alle acque del Tevere.

B-Dogg si fece lasciare nel parcheggio del supermercato, e gli venne naturale guardare in alto, tante le volte era capitato nel giorno del tiro a segno.
Davanti al portone c’erano due ciccioni, uno dei quali si fece avanti. Alla cintura portava una daga delle SS.
<<Yo, uomo. È da tempo che non ti si vede in giro.>>, disse.
B-Dogg gli diede il cinque e si batté il pugno sul petto.
<<Sneaky è di sopra.>>, gli disse indicando la porta dell’ascensore. B-Dogg si avviò, poi il grassone gli fece: <<Oh, negro.>>
Lui si voltò.
<<Che?>>
<<Si dice in giro che te la passi bene, con il riccone.>>
<<Cazzo, sì. Mi faceva pure usare la piscina, il bianco. Ma ora vada a fare nel culo, ho scoperto qualcosa.>>
<<Cosa?>>
<<Questo lo dico solo a Sneaky. A te posso dire che hanno aperto un chiosco di hamburger, vicino al Ponte Vecchio.>>
Il ciccione rimase immobile, praticamente invisibile nel buio della notte. Poi il suo sorriso lo tradì, brillando come un faro.
B-Dogg, nell’ascensore, dovette saltare per premere il pulsante dell’attico.
Le porte si aprirono silenziose e, davanti alla porta, stava in piedi un tipo sulla cinquantina, fisico asciutto, braccia forti, un po’ di pancia. Era bianco, per giunta.
<<Spostati nonno, devo passare.>>, fece B-Dogg.
Il tizio non disse nulla, lo fissava. Sembrava che le rughe gliele avessero disegnate con la stilografica. B-Dogg pensò che gli ricordava Tommy Lee Jones su quel film in cui doveva dare la caccia a Benicio del Toro.
<<Oh, culo bianco! Hai sentito quello che ho detto?>>
Dalla sala giunse la voce di Sneaky: <<Oh, uomo, chi cazzo è?>>
Il vecchio guardò verso la porta chiusa, poi passò a B-Dogg, senza nessuna emozione.
<<Sneaky ha chiesto chi cazzo sei.>>, gli disse.
<<Sneaky lo sa chi cazzo sono, culo bianco. Digli che è arrivato B-Dogg.>>
<<È B-Dogg.>> disse il tizio, rivolto verso la porta.
<<Oh, uomo! Oh, cazzo!>> urlò Sneaky, <<Fallo entrare, quel figlio di troia!>>
Il vecchio si spostò di lato, e solo allora sorrise.
B-Dogg gli mostrò il dito medio ed entrò, inondato dalla musica rap. Qualcuno, nell’impianto audio, stava urlando una roba del tipo: <<Metti in fila le troie, vai! – metti in fila le troie, vai!>>.
Sneaky stava prendendo la mira sul balcone, e tirava con il naso. B-Dogg ringraziò di non essere arrivato tardi. Appena Sneaky lo vide gli andò in contro con le braccia aperte, e la spada da soldato confederato al fianco. Era molto affezionato a quella cazzo di sciabola, probabilmente pensava gli desse un’aria da comandante, roba molto gangsta.
<<Yo, B-Doggy Dogg! Porta qui il tuo culo nero, razza di stronzo! Non ti sei fatto sentire per niente, fratello!>>
<<Cazzo, uomo. Ho avuto un po’ da fare ultimamente, ma ne è valsa la pena.>>
<<Lo so, BD.>>, disse Sneaky facendo un cenno a un ragazzetto sbracato su un divano. Quello si alzò ed entrò in una porta.
<<Lo sai che il vecchio Sneaky ha tante orecchie.>>
<<Roba grossa, fratello.>> disse B-Dogg abbassando il tono.
<<Tranquillo, uomo, se ne parla dopo. Ora rilassati.>>
Era appena tornato il ragazzetto di prima, portava con se una canna e un accendino. Un grosso zippo dorato.
Se ne stettero a parlare del più e del meno (stronzate da rapper), fumando e bevendo rhum e coca.
<<Yo, Sneaky.>> fece B-Dogg d’un tratto.
<<Cosa, uomo?>>
<<Chi cazzo è il vecchietto sulla porta? Gli stavo dando una coltellata.>>
Sneaky iniziò a ridere, battendosi il pugno sul petto e cercando sguardi di consenso tra la folla.
<<Cazzo, negro. Sei pazzo. E sei fortunato che Geller è stato militare. Quello non ammazza senza ordine.>>
B-Dogg non capiva: <<Cosa? Il nonno?>>
<<Il nonno, sì.>> rispose Sneaky. <<Ha addestrato i reparti speciali in Iran, Afghanistan, Corea del Sud.  
È un cazzo di esperto in tutto quello che significa sopravvivenza e ammazzare cristiani. Se cacciavi fuori la lama ti beccavi un viaggio solo andata per Roma.>>, disse indicando il fiume che sciabordava lento sotto il Ponte Vecchio.
<<Cioè?>>
<<Stasera stessa ti dovevamo andare a buttare nel Tevere.>> 
B-Dogg ancora non ci credeva, guardò strabiliato verso la porta chiusa, come se potesse vedere Geller dall’altra parte.
<<Ah. Serio.>>
<<Già. Serio. Mi costa più lui che tutti gli arcieri del fiume messi insieme.>>
<<Hai capito il vecchio! Non ho visto la sua spada, però.>>
<<Non ce l’ha. Non gli serve.>>
<<Oh.>> fece B-Dogg.

Geller entrò nell’attico un’ora dopo, quando tutti erano usciti. Chiuse la porta blindata a chiave e si servì da bere in cucina. Nel salotto, Sneaky ascoltava B-Dogg annuendo e, ogni tanto, sottolineando quello che diceva con un <<Serio.>>.
<<Si parla di un sacco di soldi, uomo.>> gli disse mentre si slacciava dalla cintura la sciabola.
<<E dove si trova la roba?>>
<<La pagina non l’ho guardata bene. Appena l’ho strappata è entrato nella stanza il culo bianco, me la sono infilata in tasca e ho fatto i preparativi per scappare.>>
<<E ora la mappa dov’è?>>
<<Appena arrivato a casa l’ho sotterrata nel giardino. Da bravo Doggy Dog. E comunque non è una mappa, nel senso niente disegnini e cazzate varie. Sono una serie di indicazioni scritte.>>
Sneaky si mise a ridere. Poi diventò serio, e nella stanza entrò Geller.
<<E perché non l’hai portata subito qui, la mappa?>>
<<Frena, Sneaky. Parliamo di cosa ci guadagno.>>
<<Ah, è una questione di soldi, fratello!>>
<<È sempre una questione di soldi, uomo.>>

Jerome non era un ragazzo come gli altri. La sua massima aspirazione non era quella di portare un ferro nei pantaloni e una troia sul sedile posteriore. Jerome voleva diventare un regista.
<<Yo, uomo, che cazzo di futuro pensi di avere?>>, gli diceva spesso Mohammed, il suo compare.
<<La gente di questa cazzo di città passa tutta la giornata a cercare di non farsi tagliare la gola. Cosa vuoi che gliene freghi dei film?>>
<<Momò te l’ho già detto.>> gli rispondeva lui, <<Non voglio fare film, ma documentari. Raccontare agli altri cos’è successo dopo il Disastro. La polizia sparita, l’anarchia per le strade. Porca troia, sembra essere tornati al medioevo. È roba seria, questa. Fanculo, prima del Disastro c’era gente che pagava per vedere come cazzo costruivano le amache, e mi vuoi venire a dire che, da qualche parte, non trovo qualcuno che voglia sapere che cazzo è successo qui?>>
Discutevano spesso, ma Momò voleva troppo bene al suo amico, e gli parava il culo quando finiva nei casini. Era il suo cameraman, ma anche la sua guardia del corpo.
Quella mattina stavano discutendo su come invecchiare delle fotografie che sarebbero servite per delle riprese.
Momò le stava guardando di sfuggita, mentre parlava. Nelle foto c’era Jerome con addosso una barba finta, si fingeva un qualcuno dei tempi andati. Cristo, si vedeva benissimo che era lui.
<<Sai, un tizio mi ha detto che si possono usare i fondi di caffè. Li mescoli all’acqua, poi con un pennello spalmi la merda che hai ottenuto sulle foto, ed eccole invecchiate.>>
<<Naaah!>> disse Jerome, <<L’ho visto fare, viene un effetto tipo color seppia, fa cagare. E poi non oso immaginare il cazzo di casino che saresti capace di fare.>>
<<Che intendi, scusa?>>
<<Intendo che mi ritroverei la casa ridotta una merda, tutta profumata di fondi di caffè.>>
<<Oh, vaffanculo, cazzo. Trovala tu una soluzione, allora.>>
<<Ce l’ho la soluzione, non ti incazzare. Le sotterriamo.>>
<<Che?>>
<<Le sotterriamo. Un paio di giorni sotto terra e vedrai come cazzo escono. Invecchiate di vent’anni.>>
Momò guardò le foto, cercando di immaginarsele due giorni dopo, una volta tolte dal terreno. L’idea non lo fece impazzire.
<<Secondo me è una stronzata.>>
<<Dai, Momò. Fidati.>>
<<Ok,>> disse alzandosi in piedi, <<Va bene in giardino?>>
<<No, cazzo. C’è il cane che scava dovunque, roba che le trova e se le sbrana. Una volta s’è mangiato un laccio di scarpa e gliel’ho dovuto tirar via dal culo tipo spaghetto.>>
<<Porca troia, Jerome!>> disse Momò disgustato. Si stava immaginando la dinamica.
<<Mettile nel giardino di B-Dogg, tanto è sparito. A proposito, sai che cazzo di fine ha fatto?>>
<<Dicono che sia a leccare culi bianchi.>>
<<Ah.>> disse Jerome, mentre Momò scavalcava la siepe divisoria. Dall’altra parte, il giardino di B-Dogg sembrava buio, dei grandi alberi impedivano alla luce di filtrare.
<<Ricordati dove le sotterri!>> gli urlò Jerome mentre dava da mangiare al cane.
Cinque minuti dopo, Momò gli urlò di aprire il cancelletto. 
<<Fatto.>> disse pulendosi le mani sui pantaloni.
<<Ti davo un asciugamani, cazzo.>>
Decisero di aspettare una settimana per sicurezza. Nel frattempo si seppe in giro che B-Dogg era tornato, e Jerome si maledì per non aver usato i fondi di caffè.
<<Momò stasera B-Dogg se ne va a puttane con la cricca di Sneaky. Devi andare a prendere le foto.>>
<<Oh, uomo, perché non ci vai tu?>>
<<Come cazzo ci vado, se non so dove sono sotterrate?>>
<<Sotto la pianta di limone.>> disse Momò sistemandosi sul divano, <<Dai cazzo, sta cominciando quel programma dove quel tipo fa cose assurde per sopravvivere. Una volta sai che ha fatto?>>
<<No, che ha fatto?>> chiese svogliatamente Jerome, che stava guardando oltre la siepe.
<<Stava nel deserto, s’era appena mangiato un cazzo di serpente a sonagli, lo ha scuoiato, ha fatto un nodo alla coda, e ci ha pisciato dentro.>>
<<Non dirmi che si è bevuto la sua urina, quel coglione.>>
Momò sorrise.

Quella sera Jerome scavalcò la siepe e, con grande disappunto, notò che la casa aveva due piante di limoni, ai lati dell’entrata.
Scelse di scavare sotto quella di destra, così, a istinto. Poi sarebbe toccato alla sinistra.
Mentre scavava faceva pause per ascoltare intorno, nel caso B-Dogg finisse prima del tempo il suo tour romantico.
In mezzo al terriccio umido brillò una busta di plastica.
<<Bingo!>> sussurrò Jerome, e se la infilò in tasca senza nemmeno pulirla. Aveva una gran fretta di togliere il culo di lì. Mentre scavalcava la siepe gli venne in mente che, dentro una busta di plastica, sette giorni sotto terra probabilmente non fossero serviti a un cazzo. Momò era un coglione.
<<Momò, sei un coglione.>>, gli disse appena entrato in casa.
<<Che è, uomo? Che ho fatto?>>
<<Perché cazzo hai messo le foto in una busta di plastica? Dovevano essere a contatto col terreno, no?>>
<<Oh negro cazzo dici, io le ho buttate sotto terra così com’erano!>>
<<Ah si?>> disse Jerome mentre si frugava nella tasca. Trovò subito la busta. <<E questa cos’è?>>
<<Uomo, quelle non sono le nostre foto.>> disse Momò dal divano.
Jerome, a guardar bene, si vide costretto a dargli ragione. La busta conteneva una vecchia pagina di diario, roba scritta a mano. La lesse frettolosamente e con qualche difficoltà.
<<Oh, Momò.>>
<<Che?>>
<<Una buona notizia e una cattiva.>>
<<La buona?>>
<<Siamo ricchi.>>
<<Ok, la cattiva?>>

<<Probabilmente non vivremo abbastanza per diventarlo.>>

venerdì 10 gennaio 2014

CAPITOLO TRE

<<Sai che mi andrebbe ora?>> chiese Caima, <<Una birra.>>
Matteo stava accordando la chitarra. Aveva suonato tutta la sera, rispolverando vecchie canzoni blues che non suonava da tempo, da Robert Johnson a Marvin Pontiac. Gli rispose senza guardarlo.
<<Sei scemo, Caima? Non è proprio il tempo da birra gelata, questo.>>
<<Me la vai a prendere?>>
<<E perché cazzo dovrei andare io, scusa?>>
<<Ok, allora facciamo un gioco. Io ti cito una battuta di un film, se tu indovini il film ci vado io.>>
<<Scusa ma perché dovrei rischiare di fare una cosa di cui non ho la minima voglia?>>
<<Perché sono tuo superiore, tanto per cominciare. Ti sto offrendo l’opportunità di non andare. Potrei mettertela lì come un ordine, e tu non avresti scelta.>>
Matteo fece un riff blues per sentire se aveva fatto un buon lavoro con l’accordatura. Poi si voltò.
<<Dai, spara.>>
Caima mimò una pistola con la mano e la puntò sulla faccia di Matteo.
<<Stai per entrare in una valle di lacrime.>>
<<John Goodman, ne “il Grande Lebowski”. Buona passeggiata. Già che ci sei prendimi una coca.>>
Caima digrignò i denti, ma il sorriso gli scappò lo stesso. Afferrò il suo lungo bastone e si incamminò lungo la strada, mentre le note di Terraplane Blues strisciavano nelle lavanderie dei cinesi.
Entrò nel bar scavalcando un ubriaco sdraiato sul pavimento. Ai tavoli in fondo riconobbe delle facce.
<<Dammi una Tuborg e una lattina di coca.>> disse di sfuggita al barman.
Erano in cinque, tutti con la fascia bianca al braccio. Riconobbe Giovanni dalla cicatrice, Giorgio dalla puzza e Luca da quel ridicolo cappello da cowboy che si ostinava a portare in testa. Gli altri due avevano facce da idioti.
Si preparò ad aprire bocca già sapendo che, alla fine della faccenda, Mattia gli avrebbe rotto le palle per qualcosa.
<<Che ci fate voi qui?>>, chiese.
Giovanni lo scrutò con l’occhio buono.
<<Non vedi le bande di tregua, Caima? Dai, non rompere i coglioni. Stiamo tranquilli.>>
<<Quarto Comandamento,>> disse uno dei due idioti, <<Rispettare le bande di tregua.>>
<<Li conosco i comandamenti, coglione. Ero nell’assemblea che li ha redatti. Allora, Giovanni, che cazzo ci fate nel nostro Rione?>>
<<Non vedi? Una birra tra amici.>>
<<Lo vedo, sì. Non avete i bar, al Rione San Pietro? Dovevate attraversare la città, per una birra?>>
<<Oh Caima che cazzo vuoi, abbiamo le bande, no? Tornatene di guardia con il chitarrista!>> disse Luca alzandosi in piedi e facendo dei ridicoli gesti da rapper con le braccia.
Caima estrasse fulmineamente la spada e gli tagliò via un pezzo della visiera. Gli altri sguainarono le lame e calciarono via le sedie. Nell’ombra un paio di avventori attempati, i vecchi veterani del Rione, tirarono fuori i coltelli.
<<Stai seduto, cowboy. E porta rispetto, sono del corpo di guardia.>>  disse Caima, scandendo le parole.
Rimasero tutti zitti, con le lame lucenti a mezz’aria. Luca si tolse il cappello e guardò il cuoio mutilato. Si alzò in piedi, lentamente.
Caima, dal canto suo, lo fissava senza rabbia, come se fosse uno qualunque. Sapeva che lo avrebbe fatto infuriare.
Luca infilzò la spada sul pavimento e si batté due volte il pugno chiuso sul petto.
Tutti rinfoderarono le spade e guardarono Caima. Il barista abbassò la balestra tirata fuori da dietro il bancone.
<<Uhm, cazzo.>> sbuffò Caima inchinandosi alla spada di Luca, <<Accetto il duello, andiamo fuori.>>
Davanti alla Caserma Fortebraccio, ormai abbandonata, si era immediatamente riunita gran parte del Rione. Dalle finestre e dai balconi sventolavano gli stendardi con la spada alata, schioccando secchi sotto i colpi di vento. Il barista se ne stava sulla soglia del locale, una mano in tasca e una sulla balestra. Il cielo mormorava freddo.
<<Sei tu lo sfidante. Scegli l’arma e il modo.>> disse Caima, grattandosi la puntura di un insetto. Sembrava distratto, e la cosa fece infuriare Luca.
<<Scelgo la spada. All’ultimo sangue.>> disse lui, camminando nervosamente avanti e indietro.
<<Come vuoi, cowboy. Chi mi regge la lama?>>
Quelli del Rione San Pietro si guardarono stupiti.
<<Che diavolo significa, Caima?>> chiese Giovanni, <<Lo sfidi a mani nude?>>
<<No,>> rispose lui, <<Ma per Luca basta questo.>>. Diede due colpi al cemento con il suo bastone.
Dalla folla si alzò un gran brusio, seguito da applausi e urla di incitazione.
Luca lanciò il cappello sfregiato in mano a Giorgio, sguainò la spada e la puntò in faccia allo sfidante. Si muoveva a passi larghi, pesantemente. Caima lo guardava distaccato. Ricordava quello che Mattia gli disse durante il corso di spada al Tempio Sant’Angelo:
<<Quando vi confrontate con un avversario, quando combattete, lo sguardo deve andare oltre, come quando si guida. Vedere e non vedere. Percepire.>>
Caima mormorò la frase fra se e se, masticandola per poterla digerire meglio.
Luca cambiò guardia un paio di volte, era nervoso. Poteva sentire il suo respiro affannoso.
Caima sorrideva, appoggiato al bastone come se stesse pascolando un gregge. Luca, macerato dalla rabbia, come previsto si tuffò alla cieca, attaccando con un  fendente diagonale.
Caima si piegò di lato evitando la lama, colpì la mano dell’avversario e la spada brillò mentre volava in aria.
Luca la guardò infilzarsi in un vaso di fiori, poi si voltò verso Caima, che stava caricando un colpo dietro la schiena.
<<Caima, io …>>, tentò di concludere la frase, ma il colpo lo raggiunse alla base del collo. Si udì un forte SNAP e gli occhi di Luca si ribaltarono all’indietro. Si afflosciò su se stesso e rotolò pigramente lungo la via, fermandosi contro una moto parcheggiata poco più avanti.
La folla esultò urlando ripetutamente il nome di Caima. Alcuni, dai balconi, iniziarono a battersi forte le toppe sopra il cuore, raffiguranti il simbolo del Rione.
<<Portatelo via. Mi fate scappare i clienti.>> disse il barman, puntando Giovanni con la balestra.
I quattro non se lo fecero ripetere due volte. Raccolsero il cadavere e lo portarono via mestamente. Uno dei due idioti sbraitava qualcosa contro Giorgio.
Caima afferrò la birra e la coca dal bancone infilò una banconota da cinque nelle tasche del barista. Lui lo afferrò per un braccio.
<<Oh, Caima. Quelli avevano le bande di tregua. Lo senti tu Mattia, si?>>
<<Tranquillo. Hanno iniziato loro. Tu mettici la buona parola.>>
<<Come ogni volta. Comunque sei bravo, con il bastone.>>
<<Perché non mi hai mai visto con la lama.>> concluse Caima sorridendo.

In fondo alla via riconobbe la vespa di Jack. Erano alle porte, lui, Mattia e Matteo. Discutevano a bassa voce, raccolti attorno all’oggetto che Mattia stringeva fra le mani. Sembrava un libro.
Mattia, appena vide Caima, gli lanciò un’occhiataccia e gli fece cenno di avvicinarsi con due dita.
<<Ho visto Luca passare. Era orizzontale. Ne sai qualcosa?>>
<<Uhm. Sì.>>
<<Si sentiva urlare il tuo nome fin quaggiù!>> disse Matteo. Mattia lo zittì con lo sguardo, poi afferrò il bastone di Caima.
<<Hai usato questo, vero?>>
<<Sì. Non volevo sporcare la spada.>>
<<Le bande di tregua? Ti sono sfuggite?>>
<< Luca mi ha sfidato a duello, che dovevo fare? Le bande non contano se a sfidare è chi le porta, lo sai. Hanno cominciato loro, Mattia. Chiedi al barista. >>
<<Figurati se quello depone a tuo sfavore, con tutto quello che spendi in birra.>>
Mattia rimase a fissarlo per un poco, poi il suo sguardo scivolò di nuovo sul diario.
<<Ragazzi questa è roba grossa, vi dico. Ho avuto modo di leggere mentre eravamo in vespa. Non resistevo. Si parla di armi.>>
Matteo guardò Jack e sorrise.
<<Cioè?>> chiese Caima, <<In che senso armi?>>
<<Non qui. Ci vediamo a cena. Trovate due che vi sostituiscano alle porte.>>
Jack frugò nella borsa degli spiccioli.
<<Che volete per cena? Facciamo il purè?>>
<<Cazzo, sì.>> disse Mattia, <<Ci metto il guacamole.>>

Appena finita l’ennesima discussione sulla legittimità di guarnire il purè con il guacamole, Mattia estrasse dalla tasca il diario.
<<Che cazzo è?>> chiese Caima.
<<È il diario di Alfio Caporali, un partigiano umbro. Autentico, cazzo. Me lo ha dato il nipote in persona. Lo teneva buttato nella libreria, l’idiota. Grazie a Dio non ha mai toccato un libro, e quindi non deve averlo letto.>>
Caima pareva non capire.
<<Il tizio che mi ha ordinato il quadro. Quello a Todi. Gliel’ha regalato.>> disse Jack, appoggiato alla porta.
<<E quindi? Di che parla?>>
<<Ok, senti questa.>> Mattia si mise comodo sulla poltrona. <<Verso la fine della Seconda Guerra Mondiale, questo partigiano deve mettere in salvo la moglie e i figli. Ma un viaggio del genere costa, soprattutto con la necessaria protezione, e allora che fa? Insieme a due compagni ruba un grosso quantitativo di armi ai tedeschi. Si parla di roba grossa, MP40, MG42, Kar98k e diverse pistole Luger e Mauser. Una fortuna incalcolabile. In attesa di pagare il tizio del viaggio le sotterra nella campagna umbra, per evitare che qualche crucco gli perquisisse la casa e gli trovasse un arsenale sotto il materasso. Sarebbe stato spiacevole. Dopo una settimana i tedeschi ammazzano il tipo del viaggio e, dopo un mese, vengono ammazzati anche partigiano e compagni. Risultato? L’unico che conosce l’ubicazione delle armi è questo piccolo diario. E lo abbiamo noi.>>
<<Cazzo. Oh, figata!.>> disse Matteo. Mattia si alzò dalla poltrona applaudendo e ballando.
<<E dove sono le armi?>> chiese Jack, sporgendosi sul tavolo.
<<Non ci sono ancora arrivato.>> disse Mattia sfogliando le pagine.
Erano tutti in piedi, illuminati dalla luce della lampada.
<<Oh cazzo.>> disse Mattia, sbiancando in volto.
<<Che c’è? Qual è il problema?>> disse Caima.
<<Leggi un po’.>> disse Mattia porgendogli il diario.
Caima corrugò la fronte e si preparò alla lettura. Poi sgranò gli occhi.
<<Manca una pagina, porca puttana!>>
<<Come manca una pagina?>> chiese Jack.
<<Manca una pagina, cazzo! La pagina con la mappa, o dov’era scritto il luogo!>>
<<E chi cazzo se l’è presa? Il riccone manco leggeva! Figuriamoci quegli stronzi di occhi a mandorla, sono troppo impegnati a leccargli il culo.>> urlò Jack. Poi guardò Mattia, che aveva già capito. Poi capì anche lui.


<<Stronzo d’un negro bastardo!>>, sussurrò.

lunedì 6 gennaio 2014

DI CHE RIONE SIETE?


Ebbi grandi difficoltà nel trovare una mappa che raffigurasse l'effettiva linea di confine dei rioni originali. Sul web non ve ne era traccia, quindi decisi di contattare direttamente il Comune di Perugia.
A loro vanno i miei ringraziamenti, in particolari modo a Paolo Renzi, dell'Ufficio Fondo Antico della Biblioteca Comunale Augusta. 

La mappa in questione è tratta dal volume: Alberto Galmacci, Perché Perugia: "Una storia" sull'origine ed evoluzione della città e del suo territorio attraverso il confronto e l'interpretazione dei segni storici sulle mappe. Ed. Perugia : Futura, 2007, p. 92.