IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 21 marzo 2014

CAPITOLO OTTO

Era abitudine di Geller, appena entrato in una stanza, compiere una piccola piroetta involontaria, rimembranze del suo addestramento da corpo speciale. Mai dare le spalle a una porta, se prima non ci si è accertati che non ci sia nessuno nascosto dietro.
<<Cazzo fai, uomo? Balli?>> gli chiese B-Dogg, inarcano le sopracciglia.
<<Zitto, ragazzo. Da qui in poi parlo io.>>
Il palazzo sorgeva nel bel mezzo di un campo incolto, strangolato dalle viti selvatiche. Era una vecchia fabbrica della pasta abbandonata, ora dimora dei Cercatori.
Dopo il Disastro, quando tutto era più distante e introvabile, serpeggiò subito la necessità di gente abile nel cercare le cose. Oggetti, armi, persone, luoghi. Se perdevi qualcosa, dovevi rivolgerti ai Cercatori. Gente schiva, quasi sempre notturna. Conoscevano ogni angolo dell'Umbria, ogni sentiero, bosco o casa. Addestrati in tecniche di guerriglia, venivano usati come guide o truppe di supporto dalla gente dei Rioni, durante gli spostamenti nelle campagne. 
<<Vecchio, hai toppato.>>, disse B-Dogg con le mani sui fianchi, <<'Sto posto è deserto.>>
Geller si limitò a indicare le passerelle in alto, dove quattro arcieri li tenevano sotto tiro da quando erano entrati.
In fondo al magazzino, seduto con le gambe su di un tavolo, li osservava un vecchio. Camicia militare, barba lunga e occhiali a mezzaluna. Tra le labbra, una sottile sigaretta scura.
<<Ciao, Comandante.>> disse Geller.
<<Geller, bastardo d'un tedesco, cosa ti porta qui? Ti serve farina? Carburante? O vuoi vedere come lavorano i professionisti?>>
<<Io da solo valgo la metà dei tuoi uomini, e lo sai bene, stronzo di un italiano.>>
<<Se avessero ottant'anni per gamba, forse.>>
<<Porta rispetto, Comandante. L'altra metà dei tuoi li ho addestrati io.>>
Il Comandante fece accomodare Geller e B-Dogg su due sedie e versò ad entrambi un bicchiere di un intruglio non identificato. Amava parlare, il Comandante: passò in rassegna tutte le voci, le battaglie e gli intrighi che aveva origliato in giro tramite i suoi. 
<<Bevi ancora questa merda?>> chiese Geller sventolandogli davanti il bicchiere.
<<Perché cambiare? La produciamo noi. Fa dimenticare i problemi, brucia bene e sgrassa i motori.>>
<<Uh.>>, fece Geller, e trangugiò una lunga sorsata strizzando gli occhi, poi: <<Ascolta, Comandante. Mi servono mezza dozzina dei tuoi, gente che conosca i boschi. Devo fare una scampagnata.>>
<<Archi corti?>>
<<Archi corti, si. Non vorrei che le tue damigelle mi rimanessero impigliate tra i rovi.>>
<<C'è da accoppare qualcuno?>>
<<Probabilmente.>>
<<Chi?>>
<<Gente dei Rioni. Però ancora non è certo, magari non mi danno problemi e li lascio campare.>>
<<Ti costerà caro. Mettersi contro quelli dei Rioni non è mai una buona idea.>>
<<Che ti frega? Gli copri il volto, alle tue signorine.>>
<<Mhh... che Rione?>>
<<Sant'Angelo. Mattia e i suoi.>>
<<Ti servirà uno spadaccino. E pure bravo.>> poi, indicando B-Dogg: <<Il ragazzo se la cava con le lame?>>
<<Tu non preoccuparti per lui. Il suo compito sarà un altro. Dove lo trovo uno spadaccino?>>
<<Vuoi il migliore?>>
<<Mi conosci, faccio le cose per bene.>>
<<Ok. Conosci la guerra tra i mangiariso?>>
<<Ma chi, quelli di Piazza del Bacio?>>
<<Sì, i due ristoranti di sushi. Passano la vita a mettersi i bastoni fra le ruote a vicenda, gli idioti.>>
<<E quindi?>>
<<E quindi ce n'è uno, uno stronzo ubriacone, che con le spade è un chirurgo. Ha ucciso più persone lui di quante ne potresti contare.>>
<<Dove lo trovo?>>
<<Qui sta il problema. Il signore in questione ha avuto la bella idea di far fuori uno dei Rioni.>>
<<Perché l'ha fatto, cristo?>>
<<Cazzo vuoi che ne sappia? Troppo sakè, immagino. Comunque, una notte, quelli di San Pietro e Santa Susanna lo sono andati a pendere.>>
<<E quindi? L'hanno ammazzato?>>
<<No. L'hanno rinchiuso nella Torre degli Sciri. Quelli del Sant'Angelo la usano come prigione a noleggio. Se hai di che pagare, stai sicuro che non esce nessuno di lì. E così i giapponesi hanno perso il loro miglior combattente.>>
<<Uhm. Bel problema. Quel posto è una cazzo di fortezza.>>
<<Possiamo organizzare qualcosa con i miei.>>
<<Hai qualche idea?>>
<<Forse. Quanto ci guadagno?>>
<<Due mitragliatrici.>>
<<Mi prendi per il culo, Geller?>>
<<No.>>, rispose lui mostrando la semiautomatica infilata nella cintura.

La sera stessa, un paio di Cercatori risalivano le scale mobili del Pellini insieme a B-Dogg, balestre al fianco. Il ragazzo si sentiva un po' a disagio. I due non avevano proferito parola per tutto il viaggio, B-Dogg sul sedile di dietro, loro taciturni davanti, con quello più alto a cambiare di continuo la stazione radio.
All'altezza di Via dei Priori quello basso gli si rivolse per la prima volta. Aveva una corda in mano.
<<Girati.>>
<<Che?>>
<<Hai sentito. Devo legarti, girati.>>
<<Aspetta, tappo. Che hai in mente?>>
<<Ascolta, ragazzo. Abbiamo buone probabilità di non avere problemi, stasera. Ma a una condizione.>>
<<Cioè?>>
<<Fatti legare. E stai zitto. Gli facciamo credere che ti abbiamo catturato, che ti vogliamo consegnare a loro. Entriamo, portiamo via l'ubriacone e torniamo a casa. Pensi di farcela?>>
B-Dogg fece spallucce e porse le mani chiuse a pugno.
<<Bravo. Ora reggici la parte e non chiamarmi mai più tappo.>>
Davanti alla torre stavano di guardia due uomini del Corpo, spade in bella vista. Quando videro il ragazzo legato, entrambi sguainarono le lame, allarmati.
<<Identificatevi.>>
<<Tranquilli, guardiani. Siamo dei Cercatori, vi abbiamo portato il compare di Geller.>>
<<Chi cazzo è?>>
<<Uno dei neri di Ponte San Giovanni. Lo abbiamo pizzicato vicino la stazione. Stava raggiungendo il tedesco.>>
I due uomini si guardarono dubbiosi. B-Dogg tratteneva a stento un sorriso. Era bravo a recitare, il piccolo cercatore.
<<Forse dobbiamo mandare a chiamare Mattia.>> disse uno dei due.
<<Aspetta.>> disse un Cercatore, guardandosi attorno, poi: <<Parliamo dentro.>>
Una delle guardie rinfoderò la spada ed estrasse un mazzo di chiavi. Appena entrati, la guardia si girò e vide i coltelli brillare nelle mani dei Cercatori. B-Dogg si buttò a terra, coprendosi il volto con le mani. I Cercatori si lanciarono fulminei sulle due guardie, tappandogli la bocca con le mani e accoltellandoli ripetutamente ai reni e al collo. Da in cima alle scale, una terza guardia del Corpo arrivava con una confezione di birra tra le braccia. Appena vide i corpi a terra, lasciò cadere le bevande ed estrasse la spada. Fece per lanciare un urlo, ma un dardo di balestra glielo inchiodò in gola.
B-Dogg, concluso il trambusto, avvertì un calcio nel culo.
<<Alzati, ragazzo.>>
Il Cercatore, quello basso, stava pulendo il coltello con un panno. Poi, rivolto all'altro: <<Di sopra, svelti.>>
Afferrarono il mazzo di chiavi e si lanciarono lungo la stretta rampa di scale.
Arrivati al piano di sopra camminarono spediti tra diverse porte blindate, con il tipo alto che sbirciava all'interno. Alla terza porta si fermò e afferrò il compagno per la manica.
<<È qui dentro, Carlo.>>
B-Dogg ora poteva chiamare il piccoletto per nome.
Carlo beccò quasi subito la chiave giusta, e la porta si aprì con suono sordo. Avevano tutti le mani sui coltelli.
<<Fumihiro, sei libero.>> disse quello alto.
Dal fondo della cella, completamente avvolto dall'oscurità, brillò un dente dorato.
<<Chi siete?>> disse la voce.
<<Siamo Cercatori.>>
<<Oh. Gli uomini del Comandante. E posso sapere come mai vi interessa tanto la mia libertà?>>
Carlo afferrò il giapponese per i polsi legati, tirandolo in avanti, poi: <<Cosa vuoi, limoncino? Togliere il culo da qui o no?>>
<<Come vuoi, piccoletto. Cazzo se lo voglio.>>
Scesero le scale senza slegare i polsi di Fumihiro, il tipo alto sbirciò per la via. Nessuno.
<<Muoversi.>>, disse agli altri. Fecero per scattare nel vicolo, quando il giapponese si arrestò.
<<Aspettate. Datemi le chiavi.>>
<<Che cazzo devi fare, uomo?>>, chiese B-Dogg.
<<Non vado via senza di loro.>>
<<Amico,>> disse B-Dogg, <<In macchina siamo già in quattro, chi ti devi portare dietro?>>
Fumihiro non rispose, afferrò le chiavi dalle mani di Carlo e si fiondò nuovamente all'interno della Torre. Nel minuto - minuto e mezzo che trascorse lo sguardo dei tre salvatori rimbalzava impazzito nelle palle degli occhi altrui.
Appena Carlo si decise a entrare per riacciuffare il giapponese, Fumihiro schizzò fuori con un fagotto di stoffa.
<<Che cazzo è?>> chiese il Cercatore alto.
<<Sono uno spadaccino, amico. Secondo te cos'è?>>
<<Fumihiro,>> disse Carlo, <<Se è la spada devi darla a noi. Te la renderemo appena arrivati.>>
Fumihiro infilò la mano dentro il fagotto e subito due balestre gli venivano puntate in faccia.
Carlo grondava sudore. Se il giapponese riusciva a estrarre, erano tutti morti.
<<Dammi la spada, Fumihiro. Oppure, quant'è vero Dio, ti piazzo un dardo in mezzo agli occhi.>>
Gli occhi a mandorla divennero due fessure. Poi, improvvisamente, sembrò calmarsi. Come se tutta quella faccenda - e la situazione merdosa in cui si erano cacciati - avesse perso d'importanza.
<<Ok.>>, disse Fumihiro porgendo il fagotto, <<Però per strada ci dobbiamo fermare, ho sete.>>

Arrivarono al palazzo abbandonato a notte fonda. Il giapponese, prima di arrivare a destinazione, li costrinse a forzare le porte di un alimentari per svaligiarlo del suo contenuto alcolico. Camminava sorridente per le corsie, leggendo meticolosamente tutte le etichette. Ogni tanto rideva forte con quelle dei vini.
<<Sentite qua!>> esclamava, <<Vino robusto, con sentori di vaniglia e bacche tropicali.>>
Caricarono nel portabagagli dell'auto due casse di doppio malto, una mezza dozzina di bottiglie di Sagrantino e un vasto assortimento di superalcolici.
All'arrivo le bottiglie di vino erano repentinamente scese a quattro, e una scia di vomito fresco decorava la fiancata della vettura.
Li attendevano Geller e il Comandante, appoggiati al cancello metallico. Geller si avviò verso B-Dogg, che stava scendendo dall'auto con il naso tappato. I due Cercatori stavano scaricando un sorridente Fumihiro dall'altra fiancata.
<<Come sta?>> 
<<'Sto tipo è fuori, vecchio. Voglio proprio vedere che cazzo riuscirà a combinare contro quelli del Sant'Angelo.>>
<<Tu non ti preoccupare.>>
<<Guardalo, cazzo. Non si regge in piedi.>>
<<Dici?>> chiese Geller, poi afferrò le spade avvolte nella stoffa. Si voltò per cercare il giapponese, che stava seduto poco distante con la testa in una tinozza d'acqua.
<<Fumihiro.>>
<<Si? Che c'è?>>
<<Le tue spade.>> Gli porse il fagotto. Fumihiro lo osservava con aria ebete.
<<Si chiama daisho, signore. Sono le mie spade, signore.>> Era completamente ubriaco, gli occhi lucidi come prima del pianto. <<Mi ha sempre fatto ridere la parola daisho. Sembra il nome di una caramella.>>
Geller non lo stava ascoltando. Raccolse un ramo da terra. Guardò B-Dogg negli occhi, poi si voltò e scagliò il ramo contro il giapponese.
Fumihiro sembrò scuotersi di dosso tutta l'ubriachezza digrignando i denti. La spada balenò nell'aria e il ramo cadde ai piedi del Comandante. L'altro pezzo poco più in là.
<<Wow.>>, disse Fumihiro, <<L'ho tagliato a metà.>>

B-Dogg fece per dire qualcosa a Geller, ma il giapponese svenne sul selciato.

venerdì 7 marzo 2014

CAPITOLO SETTE

Jerome, Mattia e Jack decisero di recuperare la videocamera in nottata. Un po’ perché era più sicuro, un po’ perché svegliare Sergio la notte era sempre uno spettacolo, si metteva a sbraitare e scomodava i tuoi avi per offenderti. Diceva che la notte era sacra, che gli si stravolgeva i progetti per il giorno dopo, che ormai non sarebbe più riuscito a prendere sonno. Jack si teneva i migliori sorrisi sornioni apposta per quelle occasioni. Una volta aveva chiamato Sergio alle tre di notte semplicemente per chiedergli come stava. Si sentirono le urla fino all’Arco Etrusco.
Capirono che qualcosa non andava dalla folla che si era raccolta nella via.
<<Via, fate passare! Corpo di Guardia!>> urlava Jack, menando botte con la spada infoderata.
Davanti al portone d’entrata, tre membri del Corpo tenevano lontani i curiosi. Uno di loro, il greco, aveva la spada sguainata.
<<Che cazzo è successo?>>, chiese Mattia a uno dei ragazzi, <<Dov’è Sergio?>>
Il tipo alla porta guardò per terra, poi con l’indice fece il verso della gola tagliata.
<<Ah.>>, fece Jack, <<E chi cazzo è stato?>>
<<Oh, vecchio, non parliamone qui.>> suggerì Mattia.
<<Andiamo di sopra.>>
Salirono le scale scavalcando il cadavere di Nadir. Aveva la testa chiusa in una busta di plastica.
La stanza era apparentemente in ordine, nessun mobile distrutto o segno di effrazione. Sergio giaceva disteso lungo il divano, mani e piedi legati. Un rivolo di sangue cadeva a strapiombo dal collo fin sul pavimento. Era imbavagliato.
Jerome se ne stava stretto in se stesso, come se tutta la casa fosse elettrificata.
Jack aveva appena terminato il giro delle stanze, spada in pugno: <<Non c’è nessuno qui. Le due tipe sono morte, le hanno accoltellate.>>
Mattia restò in piedi, mano sulla spada, a contemplare il cadavere. Una coltellata precisa, all’altezza dell’arteria sinistra. Roba da professionisti. Si spostò, senza mai dare le spalle alla porta, fino ai piedi di Sergio. Erano massacrati, probabilmente un manganello.
<<Oh, vecchio. Vieni a vedere.>>
Jack chiuse la porta a chiave e raggiunse l’amico. <<Porca puttana.>>, disse.
<<Questo è uno che conosce come far parlare le persone.>> disse Mattia, <<Colpisci la pianta del piede e il dolore arriva in direttissima al cervello.>>
<<Chi cazzo può essere stato?>>
<<Uno che conosce tecniche di uccisione e tortura militari. Uno che, evidentemente, non ha paura di Gurdje.>>
<<Mi sa che ho un nome.>>, disse Jack.
<<Geller.>>, lo anticipò Mattia, <<Sicuro come la morte.>>
<<Come cazzo facciamo a uscire di qui? Se quello stronzo se ne sta appostato in mezzo alla folla?>>
<<Lo escluderei. È un professionista, vecchio mio. La mappa ce l’abbiamo noi, finché siamo nel Rione sa che non gli conviene toccarci. Aspetterà di colpirci durante il viaggio, nella campagna umbra, dove sarà avvantaggiato.>>
Jack si massaggiava i baffi, preoccupato.
<<Li conosco, ‘sti tipi.>>, continuò Mattia, <<Dagli una boscaglia e un coltello, e possono sterminarti un esercito.>>
Jerome, nel frattempo, aveva recuperato la videocamera sul mobile.
<<Oh.>>, disse.
Jack e Mattia si voltarono all’unisono.
<<Che c’è, Jerome?>>
<<La videocamera.>>
<<Che?>>
<<È rimasta accesa.>>
<<Ok.>>, disse Mattia, <<Torniamo a casa, occhi aperti. >>
Scesero le scale circospetti. Fuori dal portone Mattia afferrò il greco da una parte.
<<Lo vedi ‘sto ragazzo?>> gli chiese indicando Jerome. Il greco annuì con la testa.
<<Fagli una foto e falla girare. È sotto la protezione del Rione Sant’Angelo, adesso.>>

La mattina presto il gruppo venne svegliato dal nitrire dei cavalli e dal vociare lungo la via. Il Rione era in subbuglio: gli zingari delle montagne avevano lasciato le loro fortezze tra le rocce, non succedeva da una decina di anni, dai tempi delle guerre tra ponti. Gurdje aveva bisogno di sapere chi aveva ucciso il suo informatore.
Caima stava stringendo la caffettiera affacciato alla finestra. Il sole appena sorto sbatteva orizzontale negli occhi, lasciando Corso Garibaldi ancora nell’ombra.
Mattia, svegliato dall’odore del caffè appena uscito, collegò subito il nitrire agli zingari e si chiese come cazzo la voce si fosse sparsa così in fretta. Gurdje avrebbe preteso delle spiegazioni e, maledizione, toccava a lui dargliele.
Tutto lungo il Corso, gli stendardi con la spada alata venivano srotolati dalle finestre come panni puliti, frustando l’aria. Gurdje cavalcava in testa al gruppo, ornato d’oro e affiancato da un araldo che esibiva svogliato il drappo della casata: un drago dormiente con tre frecce infilzate nel fianco. Gli altri cavalieri, anch’essi in divisa d’onore, avevano facce appuntite come lame, e barbe curate.
I ragazzi se ne stavano attorno al tavolo, consumando la colazione mentre indossavano di gran fretta le uniformi ufficiali. Dovevano arrivare al Tempio Sant'Angelo prima della delegazione, sarebbe stato molto scortese farli aspettare.
<<Ok, ragazzi,>> disse Mattia, <<Controllate bene le uniformi, vediamo di far bella figura. Gli zingari sono incazzati neri, e a ragion veduta.>>
Poi, rivolto verso la porta del bagno: <<Oh, Jack! Lo stendardo lo porti tu, stavolta.>>
<<Cazzo, perché?>> chiese Jack appena uscito, con addosso solo dei boxer. In testa, una maglia gli avvolgeva i capelli fradici.
<<Perché sì, cazzo. Non è elegante che lo tenga io, lo sai.>> rispose Mattia, <<E perché l'ultima volta Caima lo ha sporcato di merda. Stavolta lo porti tu. E Caima invece consegnerà a un corriere una lettera molto importante.>>
Aveva estratto dalla tasca interna una busta gialla, e la agitava davanti alla faccia di Caima come una foto polaroid.
<<Sono inciampato, non l'ho fatto mica apposta!>> esclamò Caima mentre si assicurava la spada al fianco. Poi, sorridendo: <<Porta fortuna. La merda intendo, non inciampare.>>
<<Dio solo sa quanta ce ne serve, con quelli delle montagne.>> disse Mattia imboccando la porta, poi: <<La fortuna intendo, non la merda>>.

L'aria soffiava gelida dal fondo della salita, scuotendo i grandi cipressi che delimitavano il prato incolto. Gli zingari oltrepassarono il cancello in silenzio, guardinghi.
Stagliato contro il cielo azzurro, il Tempio sorvegliava il tutto con i suoi occhi di pietra.
Mattia si inchinò a Gurdje, seguito da tutti i presenti. Gurdje, di risposta, si baciò la mano e si toccò prima il cuore, poi la spada.
Era un uomo che suscitava un profondo rispetto. Dai bar e le locande rimbalzavano storie su quel capo dalla grande pancia e dalle mani di ferro. Di come potesse bere un barile di vino da solo, di come fosse figlio della collera e del lampo. Di come potesse uccidere un uomo semplicemente stringendogli il cranio tra le mani.
<<Benvenuto Gurdje, siamo onorati di averti qui.>> disse Mattia inchinandosi di nuovo.
<<Sai perché sono qui?>> chiese lui, e la sua voce sembrava quella di un gigante.
<<Lo sospetto.>>
<<Sergio.>>
<<L'hanno ammazzato, Gurdje.>>
L'immenso zingaro lo scrutò, suggerendogli con lo sguardo che non sarebbe sceso dalle montagne se non avesse saputo cosa era successo.
<<È stato Geller.>>
<<Ne sei sicuro?>>
<<Aspetta, Gurdje. Entriamo dentro.>>

All'interno del Tempio, se possibile, faceva ancora più freddo che all'esterno. Gurdje si mise a sedere, avvolto in una grande pelliccia scura. Era incuriosito da Jerome, non si vedevano molte persone di colore sulle montagne. E Gurdje si muoveva molto poco, soprattutto in città.
I suoi compari, tutt'attorno a lui, fumavano lunghe pipe di legno, mentre i gradi inferiori accudivano i cavalli all'esterno.
Mattia gli spiegò la situazione, di come fosse entrato in possesso di quel segreto prodigioso, dell'entrata in scena di Geller, l'uomo più pericoloso del mondo. Di come un pezzo di carta sgualcito avrebbe reso lui, Gurdje e i ragazzi gli uomini più ricchi dell'Umbria post - Disastro.
<<Voglio il trenta percento delle armi che trovate.>> disse d'un tratto Gurdje, avvolto dal fumo delle pipe.
<<Non credi che sia un po' troppo? Voglio dire, la mappa l'abbiamo trovata noi...>> chiese Mattia, subito interrotto da un paio di occhi verdi.
<<Non è troppo, amico mio.>>, disse Gurdje sorridendo. Bevve una lunga sorsata da una borraccia appesa alla cinta, poi: <<Le armi sono nel mio territorio. Un territorio aspro e duro come gli uomini che lo abitano. Se speri di metterti contro Geller in mezzo alla boscaglia, armato solo di lame e due ragazzi impauriti, allora buona fortuna.>>
Gurdje fece un'altra pausa, disquisì con due anziani zingari e mangiò una generosa fetta di prosciutto.
<<Io posso darti il permesso di calpestare la mia zona, posso affiancarti un paio di guide e una mezza dozzina di combattenti scelti, ma voglio il trenta percento.>>
Mattia ci ponderò sopra, chiese il permesso per parlarne con i suoi compagni. Si strinsero a cerchio, come le squadre di rugby nei film.
<<A me l'idea di non vagare alla cieca mi piace e neanche poco, cazzo.>> disse Caima.
<<Senza contare che mezza dozzina di spadaccini di Gurdje ne valgono il doppio dei nostri, li ho visti combattere vicino Spoleto, quei figli di troia. La spada sembra danzargli fra le mani.>> aggiunse Jack.
Mentre erano ancora intenti a discutere, la voce di pietra dello zingaro li fece voltare.
<<Mattia.>>
<<Aspetta, Gurdje. Dobbiamo ancora decidere.>>
<<Lo so, tranquillo. Chi mi dice che non sei stato tu?>>
<<A far cosa?>>
<<Ad ammazzare Sergio.>>
<<Cristo, Gurdje! Ma come fai a insinuare una cosa del genere? Nel mio territorio! La mia gente! E per cosa, poi?>>
Gurdje sembrò aver capito di aver detto una stupidaggine. Mattia se ne era accorto, e rincarò la dose.
<<Jerome, fai vedere il video al signore. Magari poi si fida.>>, poi, sottovoce: <<Roba da matti.>>
Lo sguardo del capo zingaro saltellava dallo schermo LCD della videocamera agli occhi di Mattia, azzurri e delusi. Mattia, dal canto suo, era segretamente al settimo cielo. Gli zingari non dimenticano i torti, soprattutto se a commetterli sono loro stessi.
<<Scendo al venti per cento.>> esordì dopo una lunga massaggiata di barba, <<E non solo.>>
<<Che altro, Gurdje?>> chiese Mattia, <<Una mano ce l'hai già data.>>
<<Non voglio darvi una mano>>, disse lui.
<<E cosa vuoi darci?>>

<<Un treno!>>