IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 18 aprile 2014

CAPITOLO DIECI

Dalla stazione si incamminarono verso sud ovest, attraversando il vecchio ponte della Statale 448 e seguendo la strada fin dove era costeggiata da campi, sicuri di non cadere in un'imboscata dei Cercatori di Geller. Caima sembrava molto nervoso, sbirciava continuamente alle sue spalle per evitare che la paura lo cogliesse di sorpresa.
Mattia sapeva bene che Geller non lo avrebbe toccato vicino ai centri abitati, negli spazi aperti. Avrebbe aspettato che gli spadaccini si fossero inoltrati nel fitto del bosco, dove le lame sarebbero state un intralcio.
Si accamparono lungo il Tevere, che mesto trasportava copertoni, spazzatura, tronchi e cadaveri.
Edoardo si avvicinò a Mattia sbottonandosi il cappotto. Era sempre stato un tipo caloroso.
<<Perché mi hai chiesto di farlo?>>
<<Ti riferisci alle istruzioni nella lettera?>>
<<Sì. Perché?>>
<<Sarà il nostro asso nella manica, la nostra carta di salvezza.>>
<<Non capisco come possa esserlo. Come può tornare utile una cosa del genere?>>
<<Spero che non debba mai tornare utile, vecchio mio.>>
Edoardo fissò l'amico, seduto a gambe incrociate, la spada stretta fra le mani.
<<Hai paura?>>
Mattia iniziò a parlare piano, la voce che usciva dalla bocca insieme alle lacrime.
<<Certo che ho paura, mio Dio. Come siamo arrivati a questo? Guardaci. Il più vecchio di noi avrà trent'anni. Siamo ragazzi.>>
<<È stato il Disastro.>>
<<Il Disastro, sì. E ci siamo trovati catapultati a gestire mezza città con le spade in mano. Sai quante persone ho ucciso?>> chiese Mattia con gli occhi lucidi. Edoardo fece per rispondere, ma Mattia continuò: <<Quarantasei, Cristo Santo!>>
Si guardò le mani. Aveva sempre ritenuto di avere delle mani eleganti, seppur sfigurate dal vizio di divorarsele, quand'era nervoso. Piccoli calli gialli se ne stavano incastonati come gemme, sotto ogni dito.
<<Queste mani dovrebbero essere occupate a fare altro. Che so, i videogiochi. O i fumetti.>>
<<Mattia anch'io ho ucciso delle persone. Ludovico quasi il doppio di te. E gli altri sono sicuro tante quanto noi. Lo abbiamo fatto per sopravvivere, non per un fottuto raptus omicida. Non avevamo scelta. Non siamo assassini, siamo guardiani. Guardiani di ciò che ci sta a cuore. Prima del Disastro a proteggerci c'erano le leggi. Ora dobbiamo organizzarci da soli.>>
Mattia rimase zitto, guardando il fiume scorrere e gustandosi il sale del pianto. Edoardo era sempre stato bravo con le parole. Ma c'era un aspetto innegabile, un dato di fatto impossibile da ignorare: <<Sai qual'è l'aspetto peggiore di tutto, Edo? Devo fingere di non avere paura. Devo essere forte per impedire al Rione di  sprofondare nel caos. Devo sostenere e guidare i ragazzi.>> una pausa, poi: <<Ho paura, Edo. Non sono forte, sono fragile.>>

Il sole iniziava a sprofondare dietro le fronde degli alberi, trascinando con se il tepore delle ore più calde. Il freddo, serpeggiando, avvinghiò tutto il gruppo. Stavano marciando da tre ore, abbandonando la schiera di campi uniformi e già inoltrandosi nell'anticamera del bosco. Matteo si avvolse la testa nella sciarpa fin sotto gli occhi, Caima si infilò il cappello di lana ed Edoardo, suo malgrado, si vide costretto a riabbottonare il cappotto.
Gli unici che parevano immuni alla morsa del gelo erano gli zingari di Gurdje, che anzi sembravano goderselo, quel vento terribile in mezzo ai peli della barba. Anche Ludovico se ne stava in maglia a maniche corte, discutendo con la guida su come ormai era difficile trovare dei cereali davvero buoni. Lui aveva l'abitudine di svegliarsi tardi, pranzare con una tazza di fiocchi di mais e poi via, dritto a fare pesi. Tutti gli alimentari di Terni tenevano sempre ben esposta la sua marca preferita, dopo che Ludovico distrusse un locale dove, parole sue, : <<Mi volevano fottere, quei cereali non erano la solita marca, sembrava vera ma non lo era, Cristo.>>
La guida, dopo aver evaso il discorso con un sorriso, raggiunse Mattia poco più avanti, in testa al gruppo.
<<Fra poco scenderà il buio. Conviene fermarci, poco più avanti c'è un casale abbandonato. Mi sembra un buon posto.>>
Anche a Mattia sembrava un buon posto. Quattro mura sono più difendibili di un bosco. <<Per me va bene,>> disse, <<spargi la voce.>>
Camminarono per un quarto d'ora, la guida davanti a tutti. Gli alberi si andavano infittendo, rubando luce con ogni foglia. La selva si diradò di colpo in una piccola radura, squarciata da un sentiero dissestato, costeggiato da un muro a secco.
Il casale non era messo male, il tetto era integro e sembrava abbastanza solido. Sui muri, centinaia di simboli e scritte, memorie di accampamenti passati. Il gruppo riconobbe subito i simboli delle bande: I Warriors, quelli del Camino, i Lupi della Notte, le Belve di Todi, i Mangiacarne, i Lottatori Verdi, la Guardia Indipendente del Monte.
Gruppi organizzati delle campagne, che si divertivano a darsi nomi paurosi, per farsi coraggio.
Edoardo allungò il collo per guardare dentro il casolare dalle finestre. Sembrava essere deserto. 
<<Ludo, vai a vedere.>>, disse.
Ludovico brandì la mazza sopra una spalla e si incamminò con passo deciso verso la porta, incurante del fracasso che i suoi piedi facevano calpestando le foglie secche.
Sfondò la porta con un calcio e si precipitò dentro. Il gruppo rimase in silenzio, le mani pronte sulle spade. Una delle guide di Gurdje aveva una freccia incoccata, pronta a colpire. Mattia aveva assistito agli allenamenti degli arcieri zingari, una volta. Tiravano a bersagli fissi, poi passavano a quelli mobili, spesso prigionieri a cui veniva data la possibilità di fuggire. E quei poveri disgraziati mettevano le ali al culo, mentre le frecce gli sibilavano attorno. L'ultima fase dell'addestramento avveniva a dorso di cavallo, battute di caccia al cervo o all'uomo. Mai visto sbagliare uno zingaro, dietro un arco.
<<Oh! Zona libera!>>, urlò Ludovico da dentro.
<<Dobbiamo organizzarci per i turni di guardia,>> disse Mattia, <<due alla volta, io e Jack facciamo il primo. Caima, tu e Safet andate a cercare la legna per la notte.>>
Safet, il più anziano delle guardie di Gurdje, si alzò in piedi. Era un uomo imponente, le braccia erculee erano tutte avvolte da uno spesso tessuto marrone, e la spada dorata pendeva pesantemente lungo il fianco. Incuteva un profondo rispetto negli altri zingari del gruppo, non parlava mai e, dicevano, combatteva come il diavolo.
Si incamminarono tra gli alberi vicini, caricando la legna meno umida sulle spalle. L'autunno aveva dato una bella sgrullata agli alberi, e un tappeto di foglie accendeva di colori osceni il paesaggio. Rossi perversi, gialli febbrili, marroni segreti, arancioni acidi. Il bosco d'autunno era un inno alla sfacciataggine. Caima, che era un provetto scultore, si chiedeva quale fosse il materiale migliore per fare una foglia. La carta, probabilmente. O il metallo.
Safet raccoglieva in silenzio, la pipa stretta tra i denti e due lingue di fumo che gli uscivano ai lati della bocca, come uno strano prolungamento dei baffi.
Il bosco, tutt'attorno, intonava il suo scricchiolio perfetto, la sua grande sinfonia.
Caima stava per attaccare bottone, quando un sibilo ruppe il silenzio prima di lui, seguito dall'urlo dello zingaro.
Una freccia scura gli era entrata nel polpaccio. Caima sguainò la spada e rimase immobile, con le orecchie tese a percepire il terribile silenzio del bosco.

Nulla.

Safet, sdraiato a terra, stava controllando la ferita. La freccia aveva quasi attraversato tutto il muscolo, la punta affiorava sotto pelle, dal lato opposto. Si guardò intorno, digrignando i denti per la rabbia. Poi si rivolse a Caima: <<Devi aiutarmi, ragazzo.>>, e si infilò un bastone in bocca.
Caima sapeva esattamente cosa fare. Aveva fatto la stessa identica cosa anni addietro, quando se la dovettero vedere con gli arcieri peruviani, in una scaramuccia lungo la ferrovia.
<<Farà male.>> disse lui. Safet lo guardò come per dire che sì, lo sapeva che avrebbe fatto un male boia, per questo aveva un bastone fra i denti.
Caima afferrò un sasso e colpì la cocca della freccia. La punta squarciò la pelle in uno zampillo che macchiò di rosso l'aria. Una lacrima solcò la guancia dello zingaro, scivolò giù rapida e subito si nascose tra la barba. Faceva strano veder piangere quell'omone, forgiato dal fuoco di mille battaglie. Se ne stava lì tremante, un po' per il dolore, un po' per il freddo. Sembrava uno strano uccello.
Safet sputò il bastone e spezzò la punta della freccia, lanciandola lontano. Sfilò l'asta di legno e fasciò la ferita con un pezzo di stoffa, biascicando offese nella sua lingua.
In quel momento giunse sul posto Ludovico, seguito dagli altri.
<<Che cazzo è successo?>>
<<Qualcuno ha colpito Safet.>>, disse Caima, ancora con gli occhi fissati sugli alberi.
<<Dov'è, che gli sfondo la testa?>>
In quel momento giunse sul posto Jack: <<Buono, Ludovico. Andresti a farti ammazzare. Non sappiamo quanti ce ne sono, nascosti nel bosco. Comunque questo è un avvertimento. Se volevano ammazzarlo potevano farlo in qualsiasi momento. I Cercatori sono ottimi tiratori.>>
Fece una pausa per rinfoderare la spada, poi: <<No, non volevano ucciderlo. Volevano farci sapere che ci stanno addosso.>>
La sera, tutti attorno al fuoco, parlavano a bassa voce. Nervosi, con le mani sulle spade gelide.
<<Sanno il fatto loro.>> disse Mattia, <<Di un morto ci si può disfare subito, un ferito te lo devi trascinare dietro. Procederemo molto più lentamente.>>
<<Posso rimanere qui.>> disse Safet, fissando le fiamme.
<<Nessuno abbandona nessuno, almeno finché sono a capo del gruppo.>> rispose Mattia, percorrendo con lo sguardo gli occhi di tutti, in cerca di obiezioni.
Mattia, in realtà, era preoccupato. Il nervosismo si poteva affettare con la spada, denso com'era tutt'intorno. Per non parlare degli sguardi che le guardie di Gurdje lanciavano a Caima. Gli zingari non vedevano di buon occhio chi non era capace a proteggere un compagno, e questo Caima lo sapeva.
Cercava di evitare i loro sguardi, dicendosi di continuo che, maledizione, non avrebbe potuto impedirlo.
Fuori dalla porta risuonava Minnie's Lonesome Song, di Memphis Minnie. Matteo se la suonava di gusto, appoggiato con le spalle al muro, dondolando la testa e mordendosi il labbro sui punti cruciali.
Jack stava disegnando su un quaderno di pelle. Ludovico era crollato per il sonno contro il muro, la mazza appoggiata sulle gambe e le braccia possenti lungo i fianchi, e lui se lo rubò sulla carta, imbrigliato dalla grafite della matita.
Aveva il volto di un bambino, la barba rada e malfatta, il sorriso autentico che può avere solo chi non ha pensieri. Il Disastro gli aveva strappato l'innocenza e la sanità mentale ma ora, abbandonato contro il muro, corpo morto tra le braccia del sonno, era bellissimo.
Gli piacque soffermarsi su quel pensiero: la bellezza poteva esistere anche in un bruto addormentato, tra le fibre di un uomo che apre i crani con una mazza. Detto questo, pensò Jack, una vera impresa è ancora possibile, e forse è possibile ancora essere felici e meravigliati delle cose.

Poi sorrise pensando che, porca troia, il prossimo dipinto che avrebbe dovuto consegnare se lo sarebbe portato da solo.

venerdì 4 aprile 2014

CAPITOLO NOVE

Appollaiati com'erano sui bordi degli edifici, storditi dal freddo della mattina, i balestrieri peruviani sembravano i piccioni di Piazza IV Novembre. Se ne stavano a gruppi di due, urlandosi offese in spagnolo per tenersi all'erta. La stazione di Ponte San Giovanni si svegliava con loro, come un formicaio all'alba. Già le prime urla squarciavano l'aria, e le folle riempivano i binari come insetti diligenti. I treni, immobili e rombanti, sembravano mostri sul chi vive.
Una delle poche cose che il Disastro aveva cambiato in meglio era senza dubbio la gestione delle ferrovie: i treni erano diventati privati, acquistati dai Rioni o dalle personalità perugine con il portafogli più gonfio. Con le prime luci partivano le aste, chi offriva di più si garantiva l'uso del mezzo per il tempo necessario al viaggio, protezione inclusa nel prezzo. Niente attese, niente pericoli: il treno partiva quando volevi tu e ti portava dove volevi senza fermate. Con la corsa prenotata, si poteva consentire il viaggio a terzi paganti. Il capotreno annotava le fermate aggiuntive e il ricavato del biglietto andava per metà al proprietario del treno e il restante a chi se l'era prenotato.
Jack stava squadrando il peruviano davanti alla porta. Il tizio era vestito largo: felpa celeste e pantaloni due taglie più grandi, masticava gomma americana e non abbassava lo sguardo. Tra le mani stringeva una balestra enorme, di quelle per la caccia.
Mattia una volta gli disse che quei mostri potevano scagliare un dardo di ottone a trenta metri e passare da parte a parte un cinghiale di centoventi chili. A guardarla ci si poteva credere benissimo: ben più lunga di un fucile, con un'ottica immensa e tutta mimetica.
Dietro il peruviano, una pesante porta blindata e, ancora dietro, la voce profonda di Gurdje. Poi, il tintinnio dell'oro su un tavolo.
Si salutarono in mezzo alla folla che squadrava sospetta il Capo delle montagne e i suoi. L'ultima volta che gli zingari avevano messo piede a Ponte San Giovanni ci furono teste tagliate e pianti. Storie di oro non recapitato.
Gurdje indicò il treno sul terzo binario. <<Vi porterà fino a Todi. I miei ragazzi ti proteggeranno, ma attento a Geller. È il genere d'uomo che non vorrei avere tra i piedi.>>
Mattia, Jack, Jerome e Momò si sistemarono nel primo vagone insieme a una guida. Tre guerrieri di Gurdje  si affiancarono ai due peruviani di guardia. Nel secondo vagone Caima, Matteo e altri quattro zingari taciturni, guida compresa.
Il capotreno aspettò il consenso del capostazione e fece muovere il convoglio, imprecando contro i pedoni in mezzo ai binari. A larghi gesti li incitava a togliersi di torno, aiutato dai due peruviani, anche loro sporti dai finestrini a urlare.
Jack spostò la spada di Mattia per poterglisi sedere di fronte.
<<Oh.>>
<<Che c'è?>>
<<Che facciamo una volta arrivati a Todi?>>
<<Ci prendiamo una mezz'ora per fare il punto della situazione e poi ci inoltriamo nella campagna.>>
<<E Geller?>>
<<Che possiamo fare? Non sappiamo quanti uomini ha, non sappiamo nemmeno dov'è. Sta' tranquillo che ci troverà lui, comunque.>>
<<Siamo quattordici.>>
<<Sedici.>>
<<Prego?>>
<<Se la lettera che ho dato a Caima è arrivata a destinazione, saremo sedici.>>
<<E chi sono gli altri due?>>
<<I fratelli Rohl.>>
<<Ma chi, i ternani?>>
<<Loro. Nella lettera gli ho detto di raggiungerci a Todi.>>
<<Sapevo che difficilmente si muovevano dalla loro zona.>>
<<Eravamo amici, prima del Disastro. Lo siamo tutt'ora, sia chiaro, solo che prima non rischiavo di morire nel tragitto per andarli a trovare, non avevo un Rione da proteggere.>>
<<Eri amico dei fratelli? E non avevi paura?>> Jack scartò un pacchetto nuovo di Winston e gli offrì una sigaretta.
<<Guarda che prima non erano così, erano ragazzi normali. Un giorno la madre iniziò a soffrire di crisi depressive, smise di lavorare, cose così.>> Mattia aspirò a lungo, godendosi il primo tiro, poi: <<Gli antidepressivi con cui si imbottiva funzionarono fino a un certo punto. Un pomeriggio, i ragazzi tornarono a casa e la trovarono impiccata alla doccia con la cintura dell'accappatoio.>>
<<Ah.>>
<<Non la presero bene. Brutta bestia, il senso di colpa. Entrambi accusarono loro stessi di non essere rimasti con lei, quel pomeriggio, di averla vista serena e di essere andati a guardarsi un film. Erano al funerale, quando scoppiò il Disastro. Ludovico, il più piccolo, perse la ragione. Prese una mazza, della benzina e, come prima cosa, distrusse il cinema. Poi passò ai piccoli criminali ternani, ai tossici, a quelli che disturbavano la notte.>>
<<E il fratello maggiore?>>
<<Edoardo impazzì a modo suo. Trasformò la casa in una fortezza di cemento armato, la riempì di armi e continuò febbrilmente a scrivere storie. Sognava di diventare sceneggiatore, la scrittura era sempre stata la sua passione. Da quel giorno iniziarono ad applicare la loro distorta visione della giustizia. E ci sono pure riusciti abbastanza bene. Metà della città va avanti grazie al loro sistema di piccolo credito. Non hanno mai lasciato nella merda nessuno.>> 
Jack faticava a immaginarsi Ludovico, con la mazza sporca di sangue, a prestare sorridente soldi a una vecchietta in difficoltà.
<<Uhm.>>
<<Che c'è Jack? Ti vedo pensieroso.>>
<<Apprezzo il loro aiuto, Mattia, ma devo chiederti un favore.>>
<<Cosa?>>
<<Dì a Ludovico di starmi lontano. Lui e la sua mazza.>>

Fuori dai finestrini, la macchia umbra si diluiva, complice la velocità, e piacevolmente sfocava fuori dalla vista. Matteo suonava il blues divertito. Alla fine era riuscito a convincere Mattia che no, la chitarra non sarebbe stata d'impiccio. Caima dormiva con i piedi sul sedile di fronte, mentre i peruviani erano tutti impegnati a guardare male gli zingari di Gurdje. Loro, di rimando, scrutavano con aria assente il paesaggio fuori dal vetro che fuggiva via, le mani strette attorno alle spade dorate.
Tutti vestivano tute mimetiche da caccia, tranne Jack. <<Porca puttana, se devo crepare, voglio farlo con la spada alata sul petto.>>, aveva detto.
Jerome controllava di continuo la balestra che Mattia gli aveva dato, tutta nera con uno scorpione a rilievo sull'impugnatura. Pensò che i dardi in dotazione, rossi e bianchi, sarebbero stati facili da ritrovare nel bosco, una volta scagliati. Poi gli venne la paura, quella vera. Quella della preda che ha un cacciatore alle calcagna.
Nel frattempo il vecchio treno, cigolando, si fermò alla stazione di Todi Ponte Rio, completamente avvolta da una strana nebbia.
Scesero tutti in silenzio, solo il tintinnio delle spade che rimbalzava sui binari freddi.
<<Aspettate qua.>> disse Mattia, dirigendosi all'interno della sala d'aspetto.
Edoardo, in elegante cappotto di velluto si alzò in piedi sorridendo. Si abbracciarono come ai vecchi tempi, quando la parola morte si sentiva solo nei film.
<<Hai ricevuto la lettera, vedo.>>
<<Si, vecchio mio. Non potevo mancare. Sai che il corriere si è spaventato? Cazzo, è entrato in casa senza bussare, ma io sono stato gentile.>>
<<Lo immagino. E tuo fratello?>> chiese Mattia guardando oltre le spalle dell'amico.
Ludovico, stretto in un cappotto troppo piccolo, si alzò in piedi lasciando la mazza sulle sedie. Abbracciò Mattia fino a fargli scricchiolare la schiena.
<<Non gli ho fatto un cazzo, credimi. Deve essersi impaurito perché stavo facendo i pesi.>>
<<Sei sicuro, Ludovico? Non hai messo mano alla mazza, vero?>>
<<Solo per abitudine, mica l'ho colpito.>>
<<Beh, Ludo, io mi spaventerei se un metro e ottantatré di muscoli con mazza annessa mi venisse in contro. A proposito, hai messo su altra massa, vedo.>>
 <<Si fa quel che si può.>>
Edoardo si accese una Lucky e prese da parte Mattia.
<<Ho fatto quello che mi hai chiesto via lettera.>>
<<Davvero? Tutto secondo indicazioni?>>
<<Se ne sono occupati stanotte.>>
<<Il nome?>>
<<Benito Biscarini. Poi mi dirai a che cazzo serve tutto 'sto giochetto.>>
<<Tranquillo, a tempo debito. Ora mangiamo qualcosa al volo e ci mettiamo in marcia.>>
Fatte le presentazioni, con Jack che continuava a bisbigliare nell'orecchio di Mattia che Ludovico lo inquietava, che lo guardava male, che lo minacciava con lo sguardo, il gruppo trascinò un tavolo nella sala d'attesa e si aprirono le sacche dei viveri. Carne secca, cioccolato, miele. Caima rimase stupito dal pranzo che Edoardo estrasse da una tracolla logora: yogurt bianco, riso scondito cotto al vapore e un termos con caffè nero e bollente.
<<Sei a dieta?>> chiese sporgendosi sul tavolo. Edoardo inarcò le sopracciglia, come se non avesse afferrato.
<<Oh.>> disse quando capì la perplessità dello spadaccino, poi: <<Posso mangiare solo cose molto chiare e molto scure.>>
L'espressione di Caima suggerì a Edoardo che forse gli doveva qualche dettaglio in più.
<<Sono acromata. Non percepisco i colori.>>
<<Cioè? Tipo vedi in bianco e nero?>> chiese Caima sporgendosi ancora, ormai finendogli nel piatto.
<<Scala di grigi. I cibi in mezzi toni mi disgustano. Sai cosa mi sembra l'arancia, ad esempio? Un piccolo culo con la pelle d'oca. Non collego i colori agli oggetti, così mi limito a mangiare cose bianche o nere, e combatto il rigetto.>>
<<Uh.>>, fece Caima. Iniziò a rimestare la pasta con la forchetta. Provava a immaginarsela grigia. Probabilmente avrebbe fatto schifo anche a lui.
<<L'acromatopsia può essere ereditaria, nel senso che te la becchi dalla nascita.>> continuò Edoardo, <<Oppure, come nel mio caso, in seguito a un forte trauma.>>
<<Oh, aspetta un po' che questa non la so.>> disse Mattia aggiungendosi alla conversazione.
<<Per la storia di mamma. Ho passato un periodo di merda, sentivo le voci della colpa nella testa. Volevo cacciarle via. Ho provato con un martello.>>
Il tavolo era caduto in un silenzio assoluto, tutti con le posate a mezz'aria, tutti ammutoliti da ciò che stava raccontando quel ragazzo dagli occhi verdi e dalla faccia buona.
<<Ho colpito forte e ho perso i sensi. Sono rimasto a letto una settimana e quando mi sono svegliato, progressivamente, tutto ha iniziato a perdere di tono. Mi sembrava di essere piombato in un cazzo di film d'epoca.>>, afferrò un fazzoletto e ci si pulì la bocca sorridendo, poi: <<Oh, che ci vuoi fare. Ci ho fatto l'abitudine. Da lontano ci vedo pure meglio.>>
Uno dei guerrieri di Gurdje attirò l'attenzione di Matteo, che si stava infilando la chitarra in spalla. Gli indicò la fine del rettilineo che costeggiava la stazione, dove una grande curva saliva verso un filare d'alberi. Un ragazzino, tredici anni si e no, stava correndo di gran fretta.
Attesero tutti in piedi, Ludovico afferrò la mazza quando era ormai sicuro che il ragazzo stava cercando proprio loro.
<<Buono, Ludo.>> disse Edoardo, <<Sentiamo che vuole.>>
Il ragazzetto zigzagò tra gli spadaccini, evidentemente disorientato. Guardò tutti in faccia, si sfilò dalla tasca dei jeans una biglietto, poi: <<Chi è Mattia, del Rione Sant'Angelo?>>
<<Io. Cos'è che vuoi?>>
<<Per te.>> disse semplicemente il ragazzo, consegnò il foglio di carta e se la diede a gambe voltandosi un'ultima volta prima di sparire in un vicolo.
Una grafia elegante, curata:

Voi andate avanti, noi vi seguiamo.
Geller.

<<Sai cosa mi fa incazzare dei professionisti?>> chiese Mattia a Jack, fissando il fondo della strada.
<<Cosa?>>

<<Sono gli unici che possono prendersi il lusso di giocare.>>