IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 16 maggio 2014

CAPITOLO DODICI

Edoardo venne svegliato dal fratello, abbastanza allarmato. Reggeva in mano la mazza e continuava a guardarsi le spalle. Appena il cervello si scrollò di dosso il torpore del sonno, le immagini si misero a fuoco e i suoni divennero comprensibili. Al centro dello spiazzo una delle guardie zingare giaceva a terra, una grande chiazza di sangue colava dal collo fino al cavallo dei pantaloni. Accanto un altro zingaro piangeva piano, alzando di colpo il volume nel mentre indicava Caima, che a sua volta sbraitava contro gli altri.
L'aria era gelida.
<<Cazzo succede, Ludovico?>>
<<Non lo so. Stanno litigando di brutto.>>
Edoardo si guardò attorno e il suo primo pensiero andò alla sigaretta del mattino. Se la accese sbuffando via la prima boccata, come faceva sempre quand'era stressato. Mai che si possa dormire in pace. Odiava essere svegliato male.
Si alzò svogliatamente sistemandosi il cappotto, e con passi incerti si diresse al centro della disputa.
Mattia cercava di tenere separati gli zingari da un Caima urlante.
<<Che succede, allora?>>
<<Edo stanotte hanno ammazzato una delle guide. E l'hanno ammazzata con la spada di Caima.>>
<<Sa il fatto suo, il tedesco.>>
<<Gli zingari sono impazziti. Dicono che siamo dei traditori.>>
<<Dio, che rincoglioniti. Lascia parlare me.>>
Con tre passi Edoardo si portò faccia a faccia con il primo zingaro del gruppo.
<<Qual è il problema?>>
<<Caima ha ucciso il nostro compagno, ecco qual è il problema.>>
<<Lo avete visto?>> chiese Edoardo, guardando tutti i volti, <<Qualcuno lo ha visto?>>
Gli zingari si guardarono negli occhi, nervosi, poi uno di loro sbraitò: <<Goran aveva la spada di Caima ancora infilata nella gola! Come lo chiami questo?>>
Edoardo sorrise, guardandosi le punte dei piedi e scuotendo la testa.
<<Non lo so come la chiamerei, 'sta situazione. Forse grosso equivoco. A te, sicuramente, ti chiamo idiota.>>
Lo zingaro scattò avanti con la spada in mano, ma il fendente fu intercettato dalla mazza di Ludovico. La mano, spezzata all'altezza del polso, lasciò cadere l'arma a terra. Prima che qualcuno si potesse rendere conto della cosa lo zingaro era già in aria, issato al cielo dalle braccia di Ludovico.
Le altre guardie avevano già le mani sulle spade.
<<Se qualcuno estrae lo spezzo in due, 'sto cristiano, giuro su mia madre.>> disse Ludovico con quel corpo urlante sopra la testa.
<<Ludo, per Dio, mettilo giù!>> urlò Mattia tuffandosi in mezzo al gruppo.
Ludovico buttò a terra lo zingaro, tra le foglie, e subito afferrò la mazza che aveva lasciato cadere. Sorrise ai presenti e si posizionò dietro al fratello, arma in pugno.
Edoardo colse l'occasione per riprendere parola: <<Credete davvero che un uomo addestrato alla guerra possa uccidere una persona lasciandole l'arma infilata nel corpo? E uccidere quella persona senza la quale le possibilità di uscire vivo da questa merda si riducono di molto? Siete ridicoli, cazzo. Credevo di avere professionisti, come compagni di viaggio. Ci credo che le cose vadano così bene per Geller.>>
Tutti se ne stettero zitti, le mani ancora sulle armi. Edoardo continuò: <<È un esperto di sopravvivenza. Sapete cos'ha pensato, quel figlio di puttana? Perché mai ucciderne dieci se posso farli azzuffare tra di loro e poi doverne ammazzare solo cinque? Mai fare il lavoro che potrebbero fare altri, ecco cos'ha pensato.>>
Tutti i membri del Corpo di Guardia rimasero zitti, aspettando con la mano sulle spade una reazione degli zingari. Gli altri, con la fronte aggrottata, si bisbigliavano nella loro lingua mezze frasi nell'orecchio. Edoardo non gli staccò gli occhi di dosso fino a che, semplicemente, Safet non fece un cenno con la testa a Mattia, e tutta la tensione svanì in maniera sinistra, scricchiolante, come una molla tesa che ritorna al suo posto.
<<Dì ai tuoi spadaccini che tra guerrieri ci si guarda le spalle a vicenda.>> disse lo zingaro, indicandosi la gamba colpita.
<<Dì ai tuoi che, al turno di guardia, se le devono guardare da soli, le spalle.>> rispose Mattia, con lo sguardo rivolto al morto.

Pranzarono verso le dieci e mezza, in modo da essere operativi per mezzogiorno. Si incamminarono lungo il bosco senza proferire parola, evitando i rami secchi e con le orecchie tese all'inverosimile. Aggirarsi tra quegli alberi ritorti, scuri e vigili aveva un che di anatomico, di viscerale. Il freddo rendeva ancora più assordante il silenzio equamente distribuito tutt'attorno, tradendo ogni sospiro con una nuvola di vapore.
La guardia con la mano spezzata lanciava occhiate d'odio ai fratelli ternani poco più avanti, dilaniata dalla consapevolezza che mai e poi mai avrebbe potuto vendicarsi. Gurdje non glielo avrebbe mai perdonato, e sarebbero bastati un paio di giorni affinché il capo degli zingari lo venisse a sapere e sguinzagliasse i suoi sicari.
Mattia continuava a muovere le dita, ascoltando il piacevole scricchiolare delle nocche e la relativa sensazione di sentirsi vivo, e pronto, e scattante. Avanti a lui Caima, che stretto e lungo com'era sembrava una betulla armata. E, ancora più avanti, Ludovico.
Proprio mentre Mattia lo stava raggiungendo per scambiare due parole, Ludovico estrasse dalla tasca un pezzo di pane e iniziò a sbriciolarselo sulle spalle, con fare circospetto.
Alla vista di quell'azione tanto semplice quanto incomprensibile Mattia rallentò un attimo, temendo di interrompere qualcosa. Ludovico, una volta con le mani vuote e la giacca piena di briciole, rimase immobile a guardare il cielo biancastro.

Nulla.

Lo sguardo gli si fece triste, e solo allora Mattia si affiancò.
<<Che succede, Ludo?>>
<<Nulla. Nulla succede.>>
<<E le briciole?>>
<<Sono per gli uccellini. L'ho visto su un libro, se ti metti le briciole addosso quelli si posano su di te, e porta fortuna.>>
<<Beh non basta mettersi le briciole addosso, Ludo. Devi stare fermo, sennò loro si spaventano.>>
<<Ah.>> fece lui. Effettivamente non ci aveva pensato. <<Allora la prossima volta che ci fermiamo ci riprovo. Voglio un uccellino sulla spalla. Almeno uno. Porta fortuna.>>
Mattia lo guardò con tenerezza, quel ragazzone immenso dalle braccia erculee e dalla mente di un bambino. 
<<Mi sa che ci serve un po' di fortuna.>> disse Ludovico guardando avanti, tra le foglie.
<<Quanto hai ragione, vecchio mio.>>
<<Ecco, tieni.>> disse Ludovico estraendo dalla tasca un altro pezzetto di pane. <<Tienilo tu, io ne ho altri.>>
Mattia sorrise e si infilò nella giacca il suo nuovo, incredibile amuleto. Forte di quel brandello di fortuna probabile si portò in testa al gruppo, dove la guida zingara rimasta ancora in vita saggiava l'aria con un naso appuntito e rosso per il freddo.
<<Che conviene fare?>> chiese Mattia senza guardarla in faccia.
<<Continuiamo a muoverci. Sei sicuro che il luogo indicato sulla mappa sia quello giusto?>>
<<Tu non preoccuparti. Si va dove ti dico di andare.>>
<<Come vuoi. Lo sai che ci stanno seguendo, da qualche parte in mezzo al bosco, vero?>>
<<Sento gli occhi di Geller addosso da quando siamo scesi dal treno, stai tranquillo.>>
Mattia rallentò il passo finché non riuscì ad affiancarsi a Jack, che fumava fieramente nella sua divisa d'onore. Gli era venuta voglia di parlare, se li stava passando tutti.
<<Com'è, vecchio mio?>> chiese Mattia.
<<Tranquillo. A parte 'sto problema tra Caima e gli zingari.>>
<<Il tedesco sa il fatto suo, ma la situazione sembra sotto controllo.>>
<<Appunto, tranquillo.>>
<<Jack, se mi dovesse succedere qualcosa, porta i ragazzi alle armi.>>
Gli infilò la mappa in tasca, senza che nessuno lo vedesse.
<<Che cazzo è?>>
<<È la mappa. Geller sa che la porto addosso io, ne ho fatto una copia contraffatta. Ho cambiato le indicazioni. Quella vera tienila tu. Se dovessero prendermi, li porterò dove voglio io.>>
Jack sembrava disturbato all'idea di portarsi dietro l'oggetto più agognato dell'Umbria.
<<Ah. E dove li vuoi portare?>>
<<Questo è meglio che lo sappia solo io, fidati.>> rispose Mattia, facendosi serio. Poi, vedendo Jack con il dubbio stampato in volto: <<Il nostro asso nella manica.>>

Jerome e Momò camminavano come se fossero dentro a un negozio di cristalli, attenti a non toccare nulla. 
Parlavano a bassa voce e solo fra di loro, non guardavano mai negli occhi nessuno e tentavano come potevano di focalizzare come si fossero trovati in quella situazione assurda: catapultati dalla periferia perugina in un bosco, scortati da una dozzina di uomini che uccidevano come se respirassero. Momò si chiedeva perché effettivamente li avessero portati con loro. Avrebbero potuto prendersi la mappa con la forza e accoltellarli in un vicolo buio. Poi si rese conto che, effettivamente, si parlava del Corpo di Guardia, e quelli non ammazzano mai senza motivo. 
Bella fortuna, pensò. Sarebbe bastato non rompere le palle a nessuno, fare attenzione a non schiattare e magari alla fine di tutta quella folle caccia al tesoro ci sarebbe scappato pure un premio.
Magari una pistola.
Alle tre del pomeriggio tutti si fermarono per una breve pausa. Scelsero come luogo un'antica strada che serpeggiava tra gli alberi ad alto fusto, protetta da un lato da una parete terrosa. Le radici vi spuntavano come grandi mani, e stuzzicavano le nuche. Le guardie zingare, a turno, smontarono e controllarono lo stato di archi e frecce. Ludovico non perse occasione per attirare la fortuna e, seduto contro il tronco di un albero, si cosparse nuovamente di mollica di pane. Matteo stava imbracciando la chitarra quando, proprio dall'alto della parete, uno dei Cercatori di Geller si schiantò a terra con un tonfo. Veloce come un gatto schizzò in piedi, guardò con occhi spiritati gli increduli spadaccini e prese a scappare in direzione opposta, verso i cespugli. In mano reggeva una borraccia militare. Si girò solo un attimo prima di riprendere a correre, giusto in tempo per vedere uno degli zingari incoccare una freccia. L'arco si tese gemendo e il dardo, con una breve parabola, cadde nel punto dove approssimativamente doveva trovarsi il bersaglio in corsa.
Un urlo squarciò l'aria gelida, e le fronde rimasero in silenzio. Matteo fece un cenno con la mano e tutti si bloccarono, aspettando che lo spadaccino si mettesse in moto. Sguainò la spada lentamente, rimanendo in ascolto. Mosse i primi passi controllando continuamente le spalle, poi lo sguardo si calamitò verso il fitto del fogliame, là dove giaceva il Cercatore. Si sfilò gli occhiali da sole e li chiuse nel taschino della giacca militare, guai a rovinarli.
Arrivato sul posto, una bella chiazza di sangue sporcava le foglie a terra, ma del Cercatore nessuna traccia. Matteo strinse la spada fino a sbiancarsi le nocche. Era ancora vivo, il figlio di puttana. Macchie vermiglie ne tradivano la fuga. Sanguinava come un maiale, poco ma sicuro. Ottima mira, 'sti zingari.
Seguì le tracce allontanandosi sempre più dalle voci che lo chiamavano indietro e dalla possibilità di avere supporto, sempre più dentro un bosco scuro come un presagio. Man mano che il fogliame invadeva d'ombra tutt'attorno, le urla di Mattia si facevano appena percepibili fra i mille scricchiolii del bosco.
Matteo, pure senza sentire nulla, già si immaginava la strigliata che avrebbe avuto al ritorno, che era stato un incosciente, che non doveva allontanarsi, che era uno stronzo. Ma a lui non importava. In quel momento c'era solo spazio per l'atavico, perverso piacere della caccia. E la spada, terribile e lucente stretta tra le mani. E l'aria gelida, invasa dall'inebriante odore del sangue. Da quant'è che non uccideva qualcuno? La catalogò come domanda senza senso e spalancò gli occhi per adattarsi alla luce che andava scomparendo.
Giunto in una piccola radura, Matteo vide brillare la borraccia militare. Si avvicinò circospetto, tastando il terreno sotto le scarpe troppo larghe. Anche la borraccia era sporca di sangue. L'annusò e capì che si sbagliava. La borraccia era piena di sangue, oltre che sporca. Il sangue che avevano usato per attirarlo fin lì.

Appena il tempo di darsi dell'idiota che qualcosa lo colpì in testa, risucchiando il bosco attorno in un buio che faceva paura.

venerdì 2 maggio 2014

CAPITOLO UNDICI

Geller, seduto su una grande roccia coperta di muschio, guardava Fumihiro attaccarsi al collo di una bottiglia. Solo per un attimo i dubbi, quelli di B-Dogg nei confronti dello spadaccino ubriacone, provarono a insinuarsi nella sua mente, ma il tedesco li scacciò via assieme al fumo del sigaro, che ad ampie volute svanì nelle volte degli alberi.
Il suo sguardo si spostò sul giovane socio, appollaiato su di un ramo a leggere un romanzo d'amore. Se ne vergognava, come dargli torto? Non era molto gangsta. I Cercatori ogni tanto gli chiedevano in cosa consisteva la lettura e lui, acido, gli rispondeva: <<Cazzi miei, uomo. Và a far la guardia.>>
A Geller il futuro appariva roseo. Superata la spiacevole seccatura degli spadaccini di Mattia e una volta messo mano a quella fortuna incalcolabile, avrebbe usato B-Dogg come una marionetta. Non ci sarebbe voluto nulla a sfruttare il ragazzo per guidare le gang di Ponte San Giovanni e un giorno, chissà, magari invadere la città. E, una volta padrone di Perugia, avrebbe affidato il comando a un uomo fidato. Magari uno dei Cercatori del Comandante. Già si vedeva a godersi la vecchiaia e i suoi adorati sigari cubani in un qualche casale tranquillo, sorvegliato da gente fidata.
Tuttavia non poteva ignorare il fatto che non sarebbe stato facile. Conosceva gli spadaccini del Corpo di Guardia. Il fatto non si limitava solo a farli fuori, ma anche a evitare che facessero fuori B-Dogg. Col cazzo che quelli del Ponte avrebbero seguito un bianco all'assalto dei Rioni, anche se quel bianco avesse posseduto una potenza di fuoco mai vista dai tempi del Disastro.
Poi, d'un tratto, Geller si concesse il lusso di un sorriso. Il pensiero che, in fondo, quel ragazzo non era indispensabile lo carezzò come mano di donna. Improvvisamente l'idea di incontrare resistenza all'interno della comunità nera del ghetto non lo preoccupava più di tanto. Avrebbe convinto gli scettici con il sistema più antico del mondo: una canna di pistola puntata in faccia.
Cullato da questa piacevole seconda scelta, scese dalla roccia silenzioso e, sigaro in bocca, si incamminò verso Fumihiro, impegnato a litigare con un Cercatore.
Quando Geller giunse fra i due, il giapponese aveva già la mano sulla spada.
<<Che succede, signori?>>
<<C'è che quest'ubriacone si sta finendo tutta la bottiglia e non la vuole condividere, ecco che c'è!>> disse irato il Cercatore.
Fumihiro, di rimando, lo fissava attraverso le palpebre socchiuse, senza dire una parola.
Geller prese da parte il Cercatore e gli parlò senza staccare gli occhi dallo spadaccino.
<<Ascoltami bene, mentecatto. Non voglio disordini nella squadra, il giapponese può bere tutto quello che vuole, tu no. Ti sembrerà strano, ma quel figlio di puttana quand'è ubriaco è ancora più letale con quelle cazzo di spade. Tu, invece, con in corpo tutto il vino che quel tizio riesce a trangugiare, non ammazzeresti un uomo nemmeno per sbaglio.>>
<<Che cazzo dici, Geller? Sei impazzito?>>
<<Cos'hai detto, scusa?>> Geller non riusciva a credere alle sue orecchie.
<<Mi hai sentito, stronzo d'un tedesco! Devi essere pazzo a mettere la tua vita in mano a un cazzo di ubriacone!>>
Geller strabuzzò gli occhi e poi, lentamente, la barba si aprì come un sipario lasciando in bella mostra un sorriso da tigre.
<<Ascoltami bene, idiota. Ti ripeto che preferirei un ubriaco come lui a mille sobri come te. E poi, cosa importante, se non vuoi ritrovarti a reggerti le viscere con le mani, non osare mai più rivolgermi parole come quelle che, mi auguro per sbaglio, ti sono sfuggite prima.>>
Il Cercatore si rese conto di aver esagerato e afferrò il coltello che portava assicurato al fianco. Geller, inesorabile, camminava verso di lui mentre si toglieva prima la giacca, poi la camicia, infine la canottiera, rimanendo a torso nudo. Il tedesco aprì bocca lasciando cadere il sigaro a terra: <<Leva la mano dal coltello, coglione. Guarda il mio corpo. Cosa vedi?>>.
Il Cercatore non sapeva cosa rispondere, e il terrore gli strappò di bocca la prima delle parole che gli capitò a tiro: <<Pelle?>>
<<Certo che ho la pelle, idiota. Vedi cicatrici?>> chiese Geller. Poi, osservando lo sguardo vuoto del Cercatore: <<Sul mio corpo, ci sono cicatrici?>>
<<N...No. Non le vedo.>>
<<Bravo, e sai perché? Perché sono il migliore. Ho combattuto mille guerre e i miei occhi hanno visto inferni che tu nemmeno immagini. Non ho nemmeno una cicatrice perché non ho ancora trovato nessuno tanto bravo da colpirmi. Quindi, o sfili il coltello e provi a essere il primo, oppure torna al tuo posto e non osare mai più crearmi problemi.>>
Il Cercatore fece scivolare la mano dall'impugnatura dell'arma fino alla coscia, rimanendo goffamente in piedi, chino su se stesso.
Geller, mentre si rivestiva, si rivolse agli altri uomini, che nel frattempo erano rimasti tutti impietriti dinanzi alla scena.
<<Questo valga per tutti. Non accetto repliche, errori, codardia o paura. Vi chiedo obbedienza, pago bene e  pretendo professionalità in cambio. Chi infrange il patto è un uomo morto.>>, poi, rivolto al Cercatore: <<Cerca di ricordarlo, la prossima volta che ti viene voglia di rompere i coglioni al prossimo.>>
Fumihiro, complice l'alcol, s'era goduto tutta la scena come se stesse assistendo a un buon film, e un sorriso ebete gli era rimasto stampato sulle labbra dall'inizio alla fine. Geller si avvicinò tentando di non far caso alla puzza.
<<Quando ti sarà passata la sbornia vieni a parlarmi. Ho un lavoro per te.>>

Nel tardo pomeriggio Geller, seduto a gambe incrociate tra le foglie, passava in rassegna le sue armi. Aveva smontato, pulito e rimontato la semiautomatica e ora si dedicava ai coltelli. Gli avevano salvato la vita un'infinità di volte, e lui ricambiava tenendoli sempre lucidi ed estremamente affilati. 
Particolare cura veniva data al Fortunato, un piccolo coltello dall'impugnatura in ferro scuro.

Molti anni prima, Geller si trovava faccia a faccia con un allievo, intento a spiegargli perché preferiva i punta cava, invece dei camiciati in rame. Geller ascoltava divertito, giocherellando con il Fortunato, passandoselo fra le dita come una moneta. Il ragazzo, poco più che ventenne, aveva gli occhi lucidi di chi aveva sparato da poco, e tutto entusiasta mimava con le dita l'ampiezza del buco che i proiettili a punta cava avrebbero provocato in un torace umano. A Geller, proprio quando stava per sorridere, cadde il Fortunato a terra. Si chinò fulmineo riuscendo quasi a intercettarlo prima che urtasse il suolo, quando nell'aria risuonò uno sparo, e la testa del ragazzo venne squarciata dal proiettile.
Un cecchino aveva mirato alla testa dell'istruttore senza fare i conti con il caso. E, in quel giorno d'aprile, il caso aveva le fattezze di un piccolo coltello in ferro scuro.

Geller si alzò in piedi con il Fortunato stretto in mano, e così lo vide Fumihiro, appena arrivato sul posto. Quell'uomo terribile in mezzo al nulla, coltello in aria, a minacciare il bosco. A spaventare il nulla.
<<Sto a posto,>> disse Fumihiro felice del fatto che gli era passato il mal di testa, <<che devo fare?>>
Il tedesco aspettò un attimo a rispondere, ancora sentiva la voce del ragazzo nella testa. Infilò il coltello in tasca, poi parlò: <<Ho un lavoro per te. Devi ammazzare uno degli zingari.>>
<<Beh, qual'è il problema?>>
<<Devi farlo di notte. Di nascosto.>>
<<Continuo a non vedere la difficoltà della cosa.>> disse Fumihiro sventolando in aria le spade.
<<Lo devi fare con la spada del ragazzo che era ieri nel bosco.>>
<<Ma chi, lo zingaro che abbiamo beccato?>>
<<No. Il ragazzo che lo accompagnava. Caima.>>
<<Col cazzo, vecchio. Io uso le mie, di spade. Non le tocco quelle degli altri.>>
Geller cercò di stare calmo, pensando a che tipo d'uomo si stava rivolgendo. Un fottuto ubriacone che, spada in pugno, poteva far fuori cento uomini, senza nessun approccio strategico, senza pensiero. Solo un estatico precipitarsi nella battaglia, con la giusta dose di alcol in corpo. Dalla bottiglia alla battaglia. Geller sorrise a quel piacevole gioco di parole, ripetendoselo  fra se e se.
<<Conosci gli zingari?>>
<<No che non li conosco, ho passato quattro anni in quella cazzo di torre. Mai visti in vita mia.>>, rispose Fumihiro, poi: <<ah, no. Una volta uno mi ha venduto un anello. Tutto qui, però.>>
<<Io li conosco bene, invece. Agiscono come un solo uomo, in battaglia. Si proteggono l'uno con l'altro. E chi non riesce a parare il culo al prossimo viene degradato. Se non sei un buon compagno di spada, non sei un cazzo di nulla. Sai questo che significa?>>
Il pensiero di Fumihiro era volato un attimo a una marca di rhum prodotto nelle Antille, e gli venne quindi automatico chiedere: <<No, cosa?>>
<<Significa che gli zingari del gruppo guardano con sospetto Caima. E tutti i suoi compari con lui. Devi intrufolarti nel loro accampamento nottetempo, uccidere la guardia di turno, e ammazzare uno degli zingari con la spada che avrai rubato a Caima. Immagina che bella sorpresa al risveglio.>> fece una bella pausa, poi:  <<Mi ci scommetto quello che vuoi che tenteranno di farlo fuori, allo spilungone.>>
<<Non mi và l'idea di usare una spada diversa dalla mia.>>
Geller perse la pazienza ed estrasse la nove millimetri, puntandola dritta allo stomaco del giapponese.
<<Sentimi bene, samurai: a me frega un cazzo che sei il miglior spadaccino della terra. Sai quanto ti separa da una morte atroce, se non fai come ti dico?>>
Fumihiro era pietrificato. Nessuno l'aveva mai minacciato, tantomeno con una pistola. Geller si gustò la sua paura e sorrise. Poi continuò: <<Nove millimetri. Poco, non trovi?>>
Rinfoderò la pistola senza distogliere lo sguardo dallo spadaccino e dalle sue armi terribili.
<<Fai come vuoi, portati dietro quei cazzo di spiedi, ammazzalo come ti pare, ma deve sembrare che sia stato Caima, intesi? Bagna la spada dello spilungone con il sangue dello zingaro, lasciagliela nelle budella, hai carta bianca. Ma al risveglio di tutti voglio che sia chiaro: Gli spadaccini del Rione sono degli assassini.>>
<<Va bene, Geller. Come vuoi tu.>> disse semplicemente Fumihiro, gli si sedette accanto e cominciò a lucidare le spade.
Geller pensò che quel povero ubriacone, con il necessario addestramento, sarebbe potuto essere un allievo formidabile. Certo, magari prima si sarebbe dovuto provvedere a quel problemino con la bottiglia. Chissà, forse se avesse messo la testa a posto avrebbe potuto essere lui l'uomo di fiducia, l'occhio vigile della sua vecchiaia.

La notte prese il bosco di sorpresa, avvolgendo ogni cosa con la violenza di un pugno gelido. Fumihiro, che si era incamminato quando ancora c'era luce, avvistò il luogo dell'accampamento, tra le radici di grandi alberi scuri. Le braci ardevano tentando di scacciare le tenebre con scarsi risultati, riuscendo a malapena a illuminare la figura della guardia di turno, di spalle al punto dal quale il giapponese spiava.
Tutt'attorno i resti della cena, pacchetti di sigarette vuoti e due confezioni di yogurt bianco.
Fumihiro rimase immobile per cinque minuti, reggendo le spade tra le mani, per evitare ogni rumore. Lo zingaro fumava placidamente la sua pipa, la spada poggiata poco più avanti, a portata di mano. Cercò di individuare Caima fra i presenti, fagotti di coperte senza volto che si muovevano ritmicamente, come tante viscere. Lo vide in fondo al gruppo, poco distante da Mattia e Ludovico, anch'essi immersi nel mondo dei sogni. La spada era appoggiata al tronco rugoso di una pianta, appena sul limitare della selva. Rimaneva il problema della guardia. Avvicinarsi senza allertarla sarebbe stata dura. Quand'ecco vide il capo dello zingaro ciondolare lievemente, per poi appoggiarsi sulla spalla. Che botta di culo. Tanto insperata quanto rara. Doveva muoversi in fretta, prima che il colpo di sonno passasse.
Camminando piano descrisse un lungo semicerchio fino all'albero dove l'arma di Caima era poggiata, misurando ogni singolo passo. La fissò bene. Ottima arma. Prima di allungare la mano passò con lo sguardo in rassegna tutte le figure riverse a terra, fino alla guardia che, sorpresa, si era svegliata. Fortunatamente tra  essa e Fumihiro campeggiava il fuoco da campo, rendendo difficoltoso riconoscere la sagoma del giapponese, immerso com'era negli arbusti. Le fiamme facevano brillare gli occhi dello zingaro. Forse lo aveva visto, forse no. Fumihiro decise di agire d'istinto: sguainò la spada dal fodero e la scagliò dritta nella gola della guardia, spezzandogli l'urlo sul nascere. Si acquattò immobile, aspettandosi il tonfo del corpo sul terreno. La guardia gorgogliò un attimo e, semplicemente, rimase seduta. Fumihiro non riusciva a credere a quei ripetuti colpi di fortuna.
Rimase immobile una decina di minuti, poi recuperò le sue spade da terra e, silenzioso, sparì nelle ombre.

Mentre si allontanava, lo sguardo si alzò riverente verso l'alto, ringraziando il bosco, Dio, Buddha, o chiunque quella sera aveva deciso di baciarlo.