IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 16 maggio 2014

CAPITOLO DODICI

Edoardo venne svegliato dal fratello, abbastanza allarmato. Reggeva in mano la mazza e continuava a guardarsi le spalle. Appena il cervello si scrollò di dosso il torpore del sonno, le immagini si misero a fuoco e i suoni divennero comprensibili. Al centro dello spiazzo una delle guardie zingare giaceva a terra, una grande chiazza di sangue colava dal collo fino al cavallo dei pantaloni. Accanto un altro zingaro piangeva piano, alzando di colpo il volume nel mentre indicava Caima, che a sua volta sbraitava contro gli altri.
L'aria era gelida.
<<Cazzo succede, Ludovico?>>
<<Non lo so. Stanno litigando di brutto.>>
Edoardo si guardò attorno e il suo primo pensiero andò alla sigaretta del mattino. Se la accese sbuffando via la prima boccata, come faceva sempre quand'era stressato. Mai che si possa dormire in pace. Odiava essere svegliato male.
Si alzò svogliatamente sistemandosi il cappotto, e con passi incerti si diresse al centro della disputa.
Mattia cercava di tenere separati gli zingari da un Caima urlante.
<<Che succede, allora?>>
<<Edo stanotte hanno ammazzato una delle guide. E l'hanno ammazzata con la spada di Caima.>>
<<Sa il fatto suo, il tedesco.>>
<<Gli zingari sono impazziti. Dicono che siamo dei traditori.>>
<<Dio, che rincoglioniti. Lascia parlare me.>>
Con tre passi Edoardo si portò faccia a faccia con il primo zingaro del gruppo.
<<Qual è il problema?>>
<<Caima ha ucciso il nostro compagno, ecco qual è il problema.>>
<<Lo avete visto?>> chiese Edoardo, guardando tutti i volti, <<Qualcuno lo ha visto?>>
Gli zingari si guardarono negli occhi, nervosi, poi uno di loro sbraitò: <<Goran aveva la spada di Caima ancora infilata nella gola! Come lo chiami questo?>>
Edoardo sorrise, guardandosi le punte dei piedi e scuotendo la testa.
<<Non lo so come la chiamerei, 'sta situazione. Forse grosso equivoco. A te, sicuramente, ti chiamo idiota.>>
Lo zingaro scattò avanti con la spada in mano, ma il fendente fu intercettato dalla mazza di Ludovico. La mano, spezzata all'altezza del polso, lasciò cadere l'arma a terra. Prima che qualcuno si potesse rendere conto della cosa lo zingaro era già in aria, issato al cielo dalle braccia di Ludovico.
Le altre guardie avevano già le mani sulle spade.
<<Se qualcuno estrae lo spezzo in due, 'sto cristiano, giuro su mia madre.>> disse Ludovico con quel corpo urlante sopra la testa.
<<Ludo, per Dio, mettilo giù!>> urlò Mattia tuffandosi in mezzo al gruppo.
Ludovico buttò a terra lo zingaro, tra le foglie, e subito afferrò la mazza che aveva lasciato cadere. Sorrise ai presenti e si posizionò dietro al fratello, arma in pugno.
Edoardo colse l'occasione per riprendere parola: <<Credete davvero che un uomo addestrato alla guerra possa uccidere una persona lasciandole l'arma infilata nel corpo? E uccidere quella persona senza la quale le possibilità di uscire vivo da questa merda si riducono di molto? Siete ridicoli, cazzo. Credevo di avere professionisti, come compagni di viaggio. Ci credo che le cose vadano così bene per Geller.>>
Tutti se ne stettero zitti, le mani ancora sulle armi. Edoardo continuò: <<È un esperto di sopravvivenza. Sapete cos'ha pensato, quel figlio di puttana? Perché mai ucciderne dieci se posso farli azzuffare tra di loro e poi doverne ammazzare solo cinque? Mai fare il lavoro che potrebbero fare altri, ecco cos'ha pensato.>>
Tutti i membri del Corpo di Guardia rimasero zitti, aspettando con la mano sulle spade una reazione degli zingari. Gli altri, con la fronte aggrottata, si bisbigliavano nella loro lingua mezze frasi nell'orecchio. Edoardo non gli staccò gli occhi di dosso fino a che, semplicemente, Safet non fece un cenno con la testa a Mattia, e tutta la tensione svanì in maniera sinistra, scricchiolante, come una molla tesa che ritorna al suo posto.
<<Dì ai tuoi spadaccini che tra guerrieri ci si guarda le spalle a vicenda.>> disse lo zingaro, indicandosi la gamba colpita.
<<Dì ai tuoi che, al turno di guardia, se le devono guardare da soli, le spalle.>> rispose Mattia, con lo sguardo rivolto al morto.

Pranzarono verso le dieci e mezza, in modo da essere operativi per mezzogiorno. Si incamminarono lungo il bosco senza proferire parola, evitando i rami secchi e con le orecchie tese all'inverosimile. Aggirarsi tra quegli alberi ritorti, scuri e vigili aveva un che di anatomico, di viscerale. Il freddo rendeva ancora più assordante il silenzio equamente distribuito tutt'attorno, tradendo ogni sospiro con una nuvola di vapore.
La guardia con la mano spezzata lanciava occhiate d'odio ai fratelli ternani poco più avanti, dilaniata dalla consapevolezza che mai e poi mai avrebbe potuto vendicarsi. Gurdje non glielo avrebbe mai perdonato, e sarebbero bastati un paio di giorni affinché il capo degli zingari lo venisse a sapere e sguinzagliasse i suoi sicari.
Mattia continuava a muovere le dita, ascoltando il piacevole scricchiolare delle nocche e la relativa sensazione di sentirsi vivo, e pronto, e scattante. Avanti a lui Caima, che stretto e lungo com'era sembrava una betulla armata. E, ancora più avanti, Ludovico.
Proprio mentre Mattia lo stava raggiungendo per scambiare due parole, Ludovico estrasse dalla tasca un pezzo di pane e iniziò a sbriciolarselo sulle spalle, con fare circospetto.
Alla vista di quell'azione tanto semplice quanto incomprensibile Mattia rallentò un attimo, temendo di interrompere qualcosa. Ludovico, una volta con le mani vuote e la giacca piena di briciole, rimase immobile a guardare il cielo biancastro.

Nulla.

Lo sguardo gli si fece triste, e solo allora Mattia si affiancò.
<<Che succede, Ludo?>>
<<Nulla. Nulla succede.>>
<<E le briciole?>>
<<Sono per gli uccellini. L'ho visto su un libro, se ti metti le briciole addosso quelli si posano su di te, e porta fortuna.>>
<<Beh non basta mettersi le briciole addosso, Ludo. Devi stare fermo, sennò loro si spaventano.>>
<<Ah.>> fece lui. Effettivamente non ci aveva pensato. <<Allora la prossima volta che ci fermiamo ci riprovo. Voglio un uccellino sulla spalla. Almeno uno. Porta fortuna.>>
Mattia lo guardò con tenerezza, quel ragazzone immenso dalle braccia erculee e dalla mente di un bambino. 
<<Mi sa che ci serve un po' di fortuna.>> disse Ludovico guardando avanti, tra le foglie.
<<Quanto hai ragione, vecchio mio.>>
<<Ecco, tieni.>> disse Ludovico estraendo dalla tasca un altro pezzetto di pane. <<Tienilo tu, io ne ho altri.>>
Mattia sorrise e si infilò nella giacca il suo nuovo, incredibile amuleto. Forte di quel brandello di fortuna probabile si portò in testa al gruppo, dove la guida zingara rimasta ancora in vita saggiava l'aria con un naso appuntito e rosso per il freddo.
<<Che conviene fare?>> chiese Mattia senza guardarla in faccia.
<<Continuiamo a muoverci. Sei sicuro che il luogo indicato sulla mappa sia quello giusto?>>
<<Tu non preoccuparti. Si va dove ti dico di andare.>>
<<Come vuoi. Lo sai che ci stanno seguendo, da qualche parte in mezzo al bosco, vero?>>
<<Sento gli occhi di Geller addosso da quando siamo scesi dal treno, stai tranquillo.>>
Mattia rallentò il passo finché non riuscì ad affiancarsi a Jack, che fumava fieramente nella sua divisa d'onore. Gli era venuta voglia di parlare, se li stava passando tutti.
<<Com'è, vecchio mio?>> chiese Mattia.
<<Tranquillo. A parte 'sto problema tra Caima e gli zingari.>>
<<Il tedesco sa il fatto suo, ma la situazione sembra sotto controllo.>>
<<Appunto, tranquillo.>>
<<Jack, se mi dovesse succedere qualcosa, porta i ragazzi alle armi.>>
Gli infilò la mappa in tasca, senza che nessuno lo vedesse.
<<Che cazzo è?>>
<<È la mappa. Geller sa che la porto addosso io, ne ho fatto una copia contraffatta. Ho cambiato le indicazioni. Quella vera tienila tu. Se dovessero prendermi, li porterò dove voglio io.>>
Jack sembrava disturbato all'idea di portarsi dietro l'oggetto più agognato dell'Umbria.
<<Ah. E dove li vuoi portare?>>
<<Questo è meglio che lo sappia solo io, fidati.>> rispose Mattia, facendosi serio. Poi, vedendo Jack con il dubbio stampato in volto: <<Il nostro asso nella manica.>>

Jerome e Momò camminavano come se fossero dentro a un negozio di cristalli, attenti a non toccare nulla. 
Parlavano a bassa voce e solo fra di loro, non guardavano mai negli occhi nessuno e tentavano come potevano di focalizzare come si fossero trovati in quella situazione assurda: catapultati dalla periferia perugina in un bosco, scortati da una dozzina di uomini che uccidevano come se respirassero. Momò si chiedeva perché effettivamente li avessero portati con loro. Avrebbero potuto prendersi la mappa con la forza e accoltellarli in un vicolo buio. Poi si rese conto che, effettivamente, si parlava del Corpo di Guardia, e quelli non ammazzano mai senza motivo. 
Bella fortuna, pensò. Sarebbe bastato non rompere le palle a nessuno, fare attenzione a non schiattare e magari alla fine di tutta quella folle caccia al tesoro ci sarebbe scappato pure un premio.
Magari una pistola.
Alle tre del pomeriggio tutti si fermarono per una breve pausa. Scelsero come luogo un'antica strada che serpeggiava tra gli alberi ad alto fusto, protetta da un lato da una parete terrosa. Le radici vi spuntavano come grandi mani, e stuzzicavano le nuche. Le guardie zingare, a turno, smontarono e controllarono lo stato di archi e frecce. Ludovico non perse occasione per attirare la fortuna e, seduto contro il tronco di un albero, si cosparse nuovamente di mollica di pane. Matteo stava imbracciando la chitarra quando, proprio dall'alto della parete, uno dei Cercatori di Geller si schiantò a terra con un tonfo. Veloce come un gatto schizzò in piedi, guardò con occhi spiritati gli increduli spadaccini e prese a scappare in direzione opposta, verso i cespugli. In mano reggeva una borraccia militare. Si girò solo un attimo prima di riprendere a correre, giusto in tempo per vedere uno degli zingari incoccare una freccia. L'arco si tese gemendo e il dardo, con una breve parabola, cadde nel punto dove approssimativamente doveva trovarsi il bersaglio in corsa.
Un urlo squarciò l'aria gelida, e le fronde rimasero in silenzio. Matteo fece un cenno con la mano e tutti si bloccarono, aspettando che lo spadaccino si mettesse in moto. Sguainò la spada lentamente, rimanendo in ascolto. Mosse i primi passi controllando continuamente le spalle, poi lo sguardo si calamitò verso il fitto del fogliame, là dove giaceva il Cercatore. Si sfilò gli occhiali da sole e li chiuse nel taschino della giacca militare, guai a rovinarli.
Arrivato sul posto, una bella chiazza di sangue sporcava le foglie a terra, ma del Cercatore nessuna traccia. Matteo strinse la spada fino a sbiancarsi le nocche. Era ancora vivo, il figlio di puttana. Macchie vermiglie ne tradivano la fuga. Sanguinava come un maiale, poco ma sicuro. Ottima mira, 'sti zingari.
Seguì le tracce allontanandosi sempre più dalle voci che lo chiamavano indietro e dalla possibilità di avere supporto, sempre più dentro un bosco scuro come un presagio. Man mano che il fogliame invadeva d'ombra tutt'attorno, le urla di Mattia si facevano appena percepibili fra i mille scricchiolii del bosco.
Matteo, pure senza sentire nulla, già si immaginava la strigliata che avrebbe avuto al ritorno, che era stato un incosciente, che non doveva allontanarsi, che era uno stronzo. Ma a lui non importava. In quel momento c'era solo spazio per l'atavico, perverso piacere della caccia. E la spada, terribile e lucente stretta tra le mani. E l'aria gelida, invasa dall'inebriante odore del sangue. Da quant'è che non uccideva qualcuno? La catalogò come domanda senza senso e spalancò gli occhi per adattarsi alla luce che andava scomparendo.
Giunto in una piccola radura, Matteo vide brillare la borraccia militare. Si avvicinò circospetto, tastando il terreno sotto le scarpe troppo larghe. Anche la borraccia era sporca di sangue. L'annusò e capì che si sbagliava. La borraccia era piena di sangue, oltre che sporca. Il sangue che avevano usato per attirarlo fin lì.

Appena il tempo di darsi dell'idiota che qualcosa lo colpì in testa, risucchiando il bosco attorno in un buio che faceva paura.

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