IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 27 giugno 2014

CAPITOLO QUATTORDICI

Erano le dieci e cinque minuti, ma sembrava notte fonda. Un cielo plumbeo impediva ai raggi del sole di riscaldare un bosco tanto gelato da sembrare fragile. Il casolare era avvolto da una strana nebbia, che sbiadiva i colori e faceva sembrare gli uomini del Rione Sant'Angelo più rocce che combattenti. A tradirli, intirizziti com'erano, le nuvole di vapore in cui il freddo trasformava il loro respiro.
Ludovico aveva cosparso briciole di fortuna ovunque, e se ne stava appoggiato al muro fatiscente, mazza in spalla.
Mattia stringeva la spada e con l'altra mano la sua mappa fasulla. Ai suoi fianchi, un Caima congelato e un Jack con stretta in tasca la mappa vera.
Tre guardie di Gurdje armate di arco si erano arrampicate sugli alberi, camuffate da foglie e rami. Edoardo stava a capo dei quattro zingari rimasti, armato di balestra e di coltello.
Jerome e Momò riempivano lo spazio come potevano: a forza di disagio. Come quando, appena arrivati a una festa, bisogna fronteggiare gruppi che se ne stanno ognuno per conto proprio, e si aleggia per la stanza tentando di inserirsi in qualche discussione.
Il silenzio della mattina era rotto solo dal ritmico e ossessivo verso di un uccello, nascosto in qualche fronda segreta.
La nebbia vomitò fuori i Cercatori di Geller una manciata di minuti più tardi, piccole figure che si coagulavano in quel grigio denso e bagnato, per poi avvicinarsi a passi lenti, manco fossero zombie di Romero.
Non appena furono abbastanza vicini, Mattia e gli altri notarono che erano incappucciati, dal primo all'ultimo. Matteo, anch'esso a volto coperto e con le mani legate dietro la schiena, era tenuto sotto tiro da Geller. La semiautomatica sembrava brillare di luce propria.
I due schieramenti trascorsero immobili diversi istanti, il Corpo di Guardia con lo sguardo calamitato dalla calibro nove e dai loro nemici senza volto, i Cercatori ad ammirare il luccichio delle spade avversarie.
Il primo a parlare, sgraziatamente, fu B-Dogg: <<Beh, cazzo facciamo? Ce lo meniamo a vicenda?>>
<<Vogliamo Matteo.>> disse Mattia, indicando l'amico prigioniero con la punta della spada.
<<E io voglio te.>> rispose Geller, <<E quella cazzo di mappa che ti porti addosso.>>
Edoardo e Jack si guardarono, ma solo un attimo.
<<Mancano dei guerrieri all'appello, spadaccino. Che fine hanno fatto?>>
<<Tre degli uomini di Gurdje non se la sono sentita, e sono fuggiti durante la notte.>>, rispose Mattia, gustandosi già il momento in cui Geller e i suoi avrebbero scoperto che non solo tre dei migliori arcieri zingari non erano scappati, ma li stavano bersagliando dall'alto.

Silenzio.

<<Ok,>> fece Mattia, <<Lascia stare i miei, tedesco. Sto arrivando, tu dacci Matteo.>>
Il Capo Guardia si incamminò lentamente, spada in pugno, sentendo il peso di una dozzina buona di dardi e frecce puntate addosso.
Geller si incamminò anche lui, Matteo davanti con la calibro nove puntata alla nuca.
Quando furono a tre metri l'uno dall'altro si fermarono ancora, e di nuovo il silenzio invase lo spiazzo davanti il vecchio casolare.
Geller punzecchiò la schiena di Matteo con la canna dell'arma: <<Vai, spadaccino.>>
Mattia non riuscì a credere a una tale leggerezza da parte del tedesco, a una tale fortuna. Afferrò Matteo per il braccio e iniziò a correre verso i suoi, mentre dagli alberi iniziavano a piovere frecce.
Intorno sembrò scoppiare l'inferno. Safet fu immediatamente raggiunto da un dardo alla gola, e morì sul colpo. Due dei Cercatori caddero sotto le frecce degli zingari appostati sugli alberi, che nella loro lingua si urlavano chi doveva colpire cosa.
Caima si lanciò ad aiutare Mattia, che zigzagava tra gli alberi tentando di eludere i dardi che sibilavano ovunque. I Cercatori gli stavano addosso come se non ci fosse un domani. A un tratto, da dietro a un tronco Fumihiro si frappose tra i due. Aveva gli occhi lucidi d'alcol.
<<Vai, Mattia! Lo trattengo io, 'sto mangiariso!>>, urlò Caima mulinando la spada in aria.
Fumihiro attaccò rabbiosamente, e le due lame di cui era armato riempirono l'aria di bagliori. Ci sapeva fare, il giapponese. Il suo essere ebbro, come se fosse visto dall'altra parte di uno specchio, si trasformava in un prodigio di abilità. Caima si stava appena rendendo conto che quell'uomo minuto era un mostro di tecnica, quando la sua mano venne tranciata via di netto.
L'urlo fece alzare in volo stormi di uccelli dalle fronde scure, mentre Fumihiro sorrideva ebete e già prendeva di mira il collo dello spadaccino.
Ludovico, che poco più in là aveva appena finito di controllare cosa ci fosse nella testa di un Cercatore, gli si fiondò addosso urlando, nascondendo Caima dietro la sua mole immensa e colpendo la mano armata del giapponese, spezzandogliela. Il wakizashi volteggiò in aria e rotolò tragicamente lungo un pendio ricoperto di foglie secche.
<<L'ha colpito, cazzo! Ha tagliato la mano a Caima, 'sto stronzo!>> urlò il ternano verso i suoi, quando sentì un pizzico al petto.
La lunga lama della katana di Fumihiro gli era entrata sotto lo sterno. Il giapponese se ne stava in piedi, lo sguardo rapito dall'altra mano, quella spezzata. Non lo guardava nemmeno, il suo nemico: tutta la sua attenzione era calamitata a quel colpo subito, quel dolore inedito, quell'arto goffamente rotto.
Quello che seguì ebbe una cinetica del tutto innaturale, che defraudò il combattimento di tutta la sua spettacolarità.
 Ludovico guardò il cielo, in cerca di un uccello che si posasse sulle spalle ancora ricoperte di briciole, ma gli alberi erano silenti, e soli. Alzò la mazza inespressivo, come chi riprende il lavoro dopo una pausa, e spaccò la testa allo spadaccino ubriacone. Senza eroismi e senza moine, come si sfracella un melone maturo. Anche il suono, un mesto "CROC" senza nessuna particolarità, non contribuì a rendere la scena interessante. Solo due uomini che muoiono in un bosco.
Ludovico si accasciò a terra, guardandosi la ferita. Prima di abbandonare il mondo diede la colpa alla qualità del pane, che forse non piaceva agli uccellini. E si stupì di quanto il suo sangue potesse essere scuro.

Edoardo, nel suo mondo in bicromia, vide il fratello accasciarsi e impazzì di rabbia. Un dardo gli passò la spalla da parte a parte, ma lui non lo sentì. Si fiondò sul balestriere massacrandolo a coltellate, prese la sua arma e uccise un suo compagno che cercava di nascondersi dietro un grosso castagno.
Volle parlare, chiedere aiuto, ma il cervello, stravolto, non lo aiutò. Si lanciò così addosso alla vittima più vicina, accecato dalla perdita e dalle lacrime.
Jerome non si staccava da Momò che, invasato da un coraggio inaspettato, aveva già fatto fuori un Cercatore, accoltellandolo mentre tentava di ricaricare la balestra. La cosa spaventò un po' il ragazzo, abituato a vedere l'amico sorridente e al massimo dispensatore di qualche cazzotto. Non s'era mai trovato nel mezzo di una battaglia vera, e in fondo stava invidiando davvero Momò. Cazzo, almeno lui se la stava godendo.

Jack, poco più avanti, stava fronteggiando B-Dogg. Notò il romanzo d'amore che spuntava dalla tasca della felpa. Il ragazzo di colore si muoveva agilmente, facendo danzare il coltello tra le mani.
<<Sei un romanticone, uh?>>
<<Fatti i cazzi tuoi, uomo. Combatti.>>
<<Spada contro coltello? Non mi sembra molto equo.>>
<<Scommettiamo che ti strappo la tua sicurezza dal buco che ti aprirò in pancia?>>
<<E come me lo farai, il buco? A suon di frasi d'amore?>>
B-Dogg digrignò i denti e si lanciò sullo spadaccino, rapidissimo. I due si ritrovarono abbracciati, Jack gli affibbiò un paio di ginocchiate, B-Dogg lo strattonò ed entrambi caddero lungo un pendio.
Jack si rialzò di scatto, cercando disperatamente la spada che gli era sfuggita di mano. B-Dogg sputò una foglia secca dalla bocca,  e con un calcio spedì l'avversario gambe all'aria.
<<Mi sa che la scommessa la vinco io.>>, disse mentre impugnava il coltello saldamente, pronto a colpire.
Jack impuntò le mani a terra per alzarsi, quando le sue dita incontrarono, sotto il fogliame, il wakizashi di Fumihiro. Gran botta di culo.
B-Dogg si lanciò verso il basso, caracollando nei pantaloni troppo grandi, Jack rotolò di lato e si voltò subito dopo, affondando la lama nipponica dentro il collo del ragazzo. B-Dogg gorgogliò con la faccia tra le foglie, scalciò il vuoto freddo che lo circondava e si afflosciò, concedendosi due ultimi respiri prima di crepare.
Jack rimase steso supino, riprendendo fiato e guardando l'impugnatura del wakizashi, finemente lavorata.
Poi, l'urlo di Mattia: <<Jack! Geller sta scappando! Fermalo!>>
Si arrampicò affannosamente fino in cima, giusto in tempo per recuperare la spada e scorgere il tedesco che si dileguava tra il fogliame, la pistola ancora in pugno.
I tre guerrieri di Gurdje, agili come gatti, scesero dagli alberi e si accodarono all'inseguimento.
Jack concesse un ultimo sguardo a Mattia, che si stava ritirando all'interno del casale.
<<Cazzo, prendi quel tedesco di merda! Ammazzalo, abbiamo Matteo!>> gli urlò il Capo Guardia mentre varcava la porta.
Corsero a perdifiato attraverso il bosco sempre più fitto, scostando con le mani i rami dagli occhi, arrancando tra il fogliame spinoso. A un tratto uno dei guerrieri di Gurdje urlò, il piede spezzato in una tagliola.
<<Fermi!>>, urlò Jack alzando la spada al cielo, <<Hanno piazzato delle trappole, i bastardi!>>
Con la coda dell'occhio vide Geller arrampicarsi faticosamente lungo un pendio, fece un cenno e i due zingari rimasti scoccarono le frecce all'unisono.
Geller, colpito, rotolò indietro. Jack ebbe paura, gli sembrò tutto troppo facile. Non voleva credere che l'uomo più pericoloso al mondo potesse crepare così, con due frecce nella schiena.
Una delle guide zingare rimase con il compagno colpito, Jack e l'altro si incamminarono verso il cadavere. O il presunto tale.
Si avvicinarono cauti, scandagliando il fogliame con la spada e le punte degli archi. Il corpo giaceva a pancia in giù, una posizione ridicola e contorta. Non respirava.
<<Dio, è morto davvero?>> si chiese Jack tra se e se, bisbigliando.
Lo zingaro girò il cadavere, poi gli sfilò il cappuccio, ed entrambi rimasero a guardarlo, con la testa china.
<<Me lo immaginavo molto più vecchio, e con i capelli bianchi.>> disse Jack.
<<Eppure è lui, guarda, laggiù c'è la pistola. Non l'avrebbe mai lasciata a nessuno.>> rispose lo zingaro, strofinandosi la barba.
<<Valla a prendere, potrebbe tornarci utile.>>
Mentre la guida si incamminava verso l'arma, Jack toccava appena il cadavere con la punta della spada. Ancora non credeva che tutto si fosse risolto così, con due cazzo di frecce.
Poi, l'urlo: <<Jack! Ho trovato la pistola! È un cazzo di giocattolo!>>
<<Che significa un giocattolo?>>
<<Un'imitazione!>>
Ci fu un lungo silenzio, poi di nuovo la voce dello zingaro: <<Vieni qui, spadaccino. C'è una cosa devi vedere.>>
Jack strinse forte l'elsa e si incamminò costeggiando la piccola collina, strizzando gli occhi e il culo, come quando si guarda un thriller e ci si aspetta un colpo da un momento all'altro.
Oltre una fitta schiera di rovi, faceva bella mostra di se l'accampamento dei Cercatori. Le ceneri fumavano ancora.
<<Laggiù.>> disse lo zingaro, indicando con il dito una figura appesa a un albero.
La bocca tappata da un panno, i piedi orrendamente sfigurati e un rivolo di sangue che usciva dal naso. Sul collo, tutt'attorno alla corda che avevano usato per impiccarlo, chiazze violacee.
<<Cristo.>> disse Jack non riuscendo a trattenere le lacrime, <<Oh, Cristo. Quello è Matteo.>>
Piangendo spiccò quel corpo esanime dall'albero, stupendosi di quanto fosse leggero quel guerriero formidabile e avventato.
Poi, la consapevolezza. La terribile consapevolezza.
Si rivolse allo zingaro senza staccare gli occhi dal cadavere dell'amico:
<<Oh.>>
<<Che?>>

<<Se Matteo era appiccato all'albero, chi è quello nel casolare con Mattia?>>

venerdì 13 giugno 2014

CAPITOLO TREDICI

Geller guardava estatico il manganello di legno poggiato a terra, tra le foglie. Trovava curioso quanto diabolico potesse essere un oggetto tanto lineare, tanto semplice. Si ricordava, anni addietro, che il suo istruttore lo sventolava sopra la testa quando ne tesseva le lodi. Era innamorato di quell'arma che sembrava essere la madre di tutti gli strumenti di dolore.
<<Potete toccare il cielo con un dito, vedete?>> diceva, mentre si stiracchiava con il braccio armato in aria, come quando si cerca di raggiungere un qualcosa posto troppo in alto.
<<Il manganello è un arma efficace e terribile. Non serve altro nelle mani di un vero soldato.>>
A vederlo così, riverso sul terreno umido, sembrava effettivamente innocuo, e Geller si concesse un sorriso.
Spostò lo sguardo su i piedi nudi di Matteo, che giaceva supino. Calli gialli ricoprivano le piante quasi per intero. Zona interessante il piede. Interessante il concetto stesso. Ci trascina in giro, tutta la vita, sempre rinchiuso al buio delle calzature. Secondo la medicina cinese, è dai piedi che l'energia dell'universo ci raggiunge, schiantandosi nel nostro corpo. Anatomicamente, una delle zone più ricche di ricettori del dolore, soprattutto sotto la pianta. In poche parole, se vuoi davvero far male a una persona, colpiscila sotto i piedi.
Si massaggiò la barba, poi lanciò un urlo a uno dei Cercatori, quello con cui si divertiva a stuzzicarsi: <<Le hai posizionate le trappole, tragica parodia di un guerriero?>>
<<Tutt'attorno come vossignoria ha ordinato, pazzo d'un tedesco bastardo.>>
<<Guarda che dopo vado a controllare, checca.>>
<<Faccia pure, sua santità. Che, se Dio vuole, crepi in una cazzo di tagliola.>>

Matteo aprì gli occhi. Bosco tutt'attorno, come prima. Provò a parlare, ma un panno gli impediva ogni suono. In rapida successione, il suo cervello gli comunicò che era stato un coglione, che si era fatto catturare e ora giaceva lì, in un punto imprecisato di una selva pericolosa, legato mani e piedi. Il colpo di grazia fu il faccione sorridente di Geller che gli precluse la vista delle fronde sovrastanti.
Per un attimo quella sagoma scura gli ricordò il volto della zia, anni addietro, quando si era strozzato con il grasso del prosciutto.
L'aveva issato in aria per i piedi e gli aveva rifilato una sfilza di pugni sulla schiena. Donna forte, la zia.
<<Buongiorno.>> disse il tedesco, come quando si sveglia un amico con una tazza di caffè in mano. Inutile dirlo, nella mano dell'uomo più temibile dell'Umbria campeggiava ben altro che una tazza della fumante bevanda: a difendere gli occhi di Matteo dalla luce che filtrava dall'alto c'era una verga di legno. Quarantacinque centimetri di levigato, liscio e durissimo legno.
Il colpo arrivò tanto violento quanto ingiustificato. Geller lo inflisse così, incontrollato come uno starnuto.
Il dolore esplose come un fuoco d'artificio e, incandescente, corse folle per tutto il corpo dello spadaccino, fino a sbattere contro la scatola cranica.
Un dolore di un'impossibilità perfetta, fuori dal mondo, da qualsiasi concezione. Al di là di tutte le parole.
Matteo si sentì svenire, le lacrime gli affollarono gli occhi, impazzite.
<<Devi dirmi dove si trovano le armi.>> Le parole di Geller colpirono i suoi timpani con grande fatica, facendosi strada in un cervello sconquassato da lampi bianchi.
Matteo provò a mugugnare qualcosa, e il vecchio gli tolse il panno dalla bocca, sorridendo.
<<Non lo so, cazzo! La mappa neanche l'ho guardata!>>
Il tedesco sorrise, sfregandosi il manganello tra le mani.
<<E vorresti anche farmi credere che non sai chi ha la mappa? Mattia l'avrà data senz'altro a qualcuno.>>
<<Non l'ho mai visto darla a nessuno.>>
Il secondo colpo arrivò meno potente del primo, ma sullo stesso punto esatto. A Matteo, stavolta, scappò un urlo, forte e squillante come una campana.
<<Cerchi di offendere la mia intelligenza, spadaccino? Vuoi che Mattia si tenga la mappa addosso, così che per noi basti catturarlo e risolvere il problema?>>
<<Cristo, te lo giuro su quello che vuoi, maledizione! Non l'ho vista in mano a nessun altro, quella mappa di merda!>>
Geller si mise a pensare, manganello in pugno e occhi rivolti alle fronde degli alberi. Per prima cosa si rimproverò di non aver tappato la bocca dello spadaccino prima di infliggere il secondo colpo. Qualcuno potrebbe aver sentito l'urlo. Poi pensò se credere o no alle parole di Matteo. Aveva davvero sopravvalutato così il Capo Guardia? Era davvero così semplice raggiungere il pezzo di carta più agognato del post-Disastro?
Se così era, doveva pensare a come raggiungere lo spadaccino. E in fretta, pure.
I Cercatori iniziavano a essere nervosi, e quel cazzo di ubriacone nipponico di certo non migliorava la situazione.
Poco più in la, vicino alle ceneri del fuoco della notte, uno dei Cercatori si divertiva a imitare Geller. E lo faceva gran bene, Geller stesso glielo riconosceva. Aveva anche la voce uguale, quando la impostava come si deve. Molto uguale. Perfettamente uguale.
Geller sentì un'idea germogliargli in testa, si compiacque di quanto fosse geniale e decise di concedersi un sigaro, di quelli che teneva per le occasioni speciali.

Mattia discuteva con Edoardo, gli occhi rivolti agli zingari. Continuavano a squadrare male Caima, ma sembravano tranquilli. Avevano passato tutta la notte a controllare lo stato di archi e frecce, stuzzicandosi a vicenda e menandosi gran pacche sulle spalle. 
<<Quell'idiota di Matteo, porco il diavolo, giuro che non la passerà liscia. Bene gli sta se si è fatto pizzicare dai Cercatori. Come cazzo gli viene in mente di lanciarsi nella boscaglia da solo?>>
<<In una boscaglia zeppa di nemici, mi permetto di aggiungere. Senza contare il fatto che un Cercatore non sarebbe mai piombato in mezzo a noi se non avesse voluto farlo. Li conosco, quelli. Gente addestrata a girare per boschi.>>
<<Che facciamo, Edo?>>
In quel momento giunse correndo una delle guide zingare. In mano reggeva una borraccia sporca di sangue.
<<L'hanno preso. Era una trappola>> disse Edoardo, accendendosi una sigaretta.
<<Puttana ladra.>> esclamò Mattia, <<Ma tu guarda 'sto stronzo! Se il tedesco non lo ammazza prima, giuro che lo faccio io.>>
<<Stai calmo, o fai il gioco di Geller. Tranquillo, il tedesco è troppo furbo per ammazzare il tuo amico. Lo userà per arrivare a te.>>
<<Che intendi?>>
<<Ricorda che quel figlio di troia è un esperto di sopravvivenza. Non rischierà mai uno scontro aperto, ora che ha un ostaggio per pararsi il culo.>>
<<Dobbiamo liberarlo. Secondo te è il caso di andare tutti, o possiamo mandarci solo gli zingari?>>
<<Nessuno dovrebbe muoversi di qui.>> Jerome se ne stava a gambe incrociate, sotto una grande quercia lì vicino.
<<Ah si?>> chiese Mattia avvicinandosi, la mano sull'elsa della spada, <<E cosa dovremmo fare? Lasciare uno dei nostri nelle mani del peggior bastardo al mondo? Restare qui a menarcelo tra di noi, fin quando non saremo dei fottuti cadaveri?>>
Jerome sorrise appena e i suoi occhi nerissimi incontrarono quelli del Capo Guardia.
<<Dico soltanto che Edoardo ha ragione. Non dobbiamo fare il suo gioco. Sa bene come ragionano quelli dei Rioni. Tutte le vostre cazzate, non si lascia dietro quello, non si abbandona quell'altro. La prima cosa che Geller si aspetta è che piombiamo a liberare Matteo, e mi ci gioco le palle che ha trasformato il bosco in una fottuta trappola.>>
<<Ah, le chiami cazzate, Jerome. Noi lo chiamiamo onore.>>
<<Sono regole, Mattia. E chi segue le regole diventa prevedibile. Già abbiamo contro un uomo che sembra essere stato vomitato fuori dall'inferno stesso, un tizio che potrebbe farci a pezzi a mani nude, una macchina da strategia militare...>>
<<E allora?>>
<<Beh, mi sembra abbia già un ottimo vantaggio. Se vuoi facilitargli ulteriormente le cose, diventa prevedibile.>>
Edoardo non seppe trattenersi e scoppiò a ridere. Affibbiò una bella pacca sulle spalle di Mattia e continuò a fumare con le mani in tasca, guardando Jerome dritto negli occhi.
<<Cazzo, il negretto, che testolina! E che capacità di linguaggio! Mi sa che gliele faccio scrivere a lui, le mie storie da oggi in poi.>>
<<Mi prendi in giro, culo bianco?>>
<<Voleva essere un complimento, culo nero. Non che abbia mai sperato che tu lo capissi.>>
Momò uscì da dietro all'albero con la mano sul coltello.
<<A chi hai detto culo nero, stronzo?>>
<<A quello che per primo mi ha chiamato culo bianco, idiota. E metti da parte l'orgoglio da Black Panther, qui gli uomini si misurano in base al valore, non al proprio nome. Potremmo chiamare Geller come ti pare: Priscilla, Bumba Bumba o Mrs. Eveline, non cambierebbe il suo essere un incubo in carne e ossa.>>
Nel frattempo Ludovico aveva notato la scena e si era posizionato dietro al fratello, mazza in pugno e le spalle completamente ricoperte di briciole.
<<Oh, ragazzi, diamoci una calmata. Qui siamo tutti stressati, vediamo di non peggiorare le cose.>> disse Mattia, frapponendosi tra i fratelli Rohl e i due ragazzi.
<<Tranquillo, vecchio mio,>> disse Edoardo <<non mi sono minimamente alterato. E poi mi piace il bianco e nero, ormai ci ho fatto l'abitudine.>>
Quando Mattia collegò la battuta all'acromatopsia dell'amico gli venne da ridere, ma fu un piacere che durò davvero poco: da qualche parte, laggiù nel bosco, stavano torturando Matteo, e loro stavano con le mani in mano. Quindi parlò:
<<Ok. Ascoltatemi bene. Geller proporrà uno scambio. Matteo in cambio del sottoscritto. Vorrà che lo conduca alle armi.>>
<<Non puoi accettare, cazzo. Ci ammazzerebbe tutti.>> disse Momò.
<<Mh, no. Non credo. Una volta messe le mani su quelle armi non credo che rappresenteremo più un problema per lui. Nessuno sarà più un problema per lui. Comunque state tranquilli, non appena Matteo sarà in mano vostra, voi attaccate quei bastardi come se non ci fosse un domani.>>
<<E tu?>>, chiese Edoardo.
<<Io me la caverò, non preoccuparti.>> rispose Mattia, facendogli l'occhiolino.
Edoardo aspettò che i due ragazzi se ne fossero andati, afferrò l'amico per il braccio e lo portò in disparte.
<<Spiegami che c'entrava quel cazzo di occhiolino.>>
<<Il nostro asso nella manica.>>
<<Ti ho visto, che falsificavi la mappa. Tu vuoi portare Geller al cimitero. Non vedo come quello che ho messo nella bara del Biscarini buonanima possa essere un asso nella manica.>>
<<Se tutto andrà storto, lo sarà.>> rispose Mattia, e il suo sguardo era disperatamente determinato.
<<Stai scherzando, vero?>>
<<Ho smesso di scherzare da più o meno una decina d'anni.>>
<<Sai che non ti permetterò di farlo.>>
<<Come tu sai che me lo lascerai fare.>>
In quell'istante una freccia si conficcò sul tronco dell'albero con un suono sordo. E, lungo la sua asta scura, c'era un biglietto legato.
Tutti sfoderarono le armi in direzione del luogo da cui era arrivata, ma non si vedeva alcunché, solo un'intricata muraglia oscenamente verde.
Mattia rinfoderò la spada e staccò la freccia dall'albero, mentre Edoardo puntava ancora la balestra verso il fogliame.
La calligrafia, ormai, la conosceva:

Non so se te ne sei accorto,
ma ti manca un uomo all'appello.
Immagino tu voglia riaverlo tutto intero.
Ci vediamo al casale dove vi siete accampati l'altro ieri,
domani mattina alle dieci.
Buonanotte, fate bei sogni.

Geller


Mattia si infilò il biglietto in tasca, poi:
<<È per domani mattina, al casolare.>>
<<Ha fatto in fretta, il tedesco.>>, disse Edoardo.
<<Ricorda, Edo. Domani appena qualcuno afferra Matteo attacchiamo. E voglio Geller vivo.>>
<<E se ti afferra prima lui?>>
<<Allora userò l'asso nella manica.>>
<<Sai che non ti permetterò di farlo.>>

<<Come tu sai che me lo lascerai fare.>>