IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 27 giugno 2014

CAPITOLO QUATTORDICI

Erano le dieci e cinque minuti, ma sembrava notte fonda. Un cielo plumbeo impediva ai raggi del sole di riscaldare un bosco tanto gelato da sembrare fragile. Il casolare era avvolto da una strana nebbia, che sbiadiva i colori e faceva sembrare gli uomini del Rione Sant'Angelo più rocce che combattenti. A tradirli, intirizziti com'erano, le nuvole di vapore in cui il freddo trasformava il loro respiro.
Ludovico aveva cosparso briciole di fortuna ovunque, e se ne stava appoggiato al muro fatiscente, mazza in spalla.
Mattia stringeva la spada e con l'altra mano la sua mappa fasulla. Ai suoi fianchi, un Caima congelato e un Jack con stretta in tasca la mappa vera.
Tre guardie di Gurdje armate di arco si erano arrampicate sugli alberi, camuffate da foglie e rami. Edoardo stava a capo dei quattro zingari rimasti, armato di balestra e di coltello.
Jerome e Momò riempivano lo spazio come potevano: a forza di disagio. Come quando, appena arrivati a una festa, bisogna fronteggiare gruppi che se ne stanno ognuno per conto proprio, e si aleggia per la stanza tentando di inserirsi in qualche discussione.
Il silenzio della mattina era rotto solo dal ritmico e ossessivo verso di un uccello, nascosto in qualche fronda segreta.
La nebbia vomitò fuori i Cercatori di Geller una manciata di minuti più tardi, piccole figure che si coagulavano in quel grigio denso e bagnato, per poi avvicinarsi a passi lenti, manco fossero zombie di Romero.
Non appena furono abbastanza vicini, Mattia e gli altri notarono che erano incappucciati, dal primo all'ultimo. Matteo, anch'esso a volto coperto e con le mani legate dietro la schiena, era tenuto sotto tiro da Geller. La semiautomatica sembrava brillare di luce propria.
I due schieramenti trascorsero immobili diversi istanti, il Corpo di Guardia con lo sguardo calamitato dalla calibro nove e dai loro nemici senza volto, i Cercatori ad ammirare il luccichio delle spade avversarie.
Il primo a parlare, sgraziatamente, fu B-Dogg: <<Beh, cazzo facciamo? Ce lo meniamo a vicenda?>>
<<Vogliamo Matteo.>> disse Mattia, indicando l'amico prigioniero con la punta della spada.
<<E io voglio te.>> rispose Geller, <<E quella cazzo di mappa che ti porti addosso.>>
Edoardo e Jack si guardarono, ma solo un attimo.
<<Mancano dei guerrieri all'appello, spadaccino. Che fine hanno fatto?>>
<<Tre degli uomini di Gurdje non se la sono sentita, e sono fuggiti durante la notte.>>, rispose Mattia, gustandosi già il momento in cui Geller e i suoi avrebbero scoperto che non solo tre dei migliori arcieri zingari non erano scappati, ma li stavano bersagliando dall'alto.

Silenzio.

<<Ok,>> fece Mattia, <<Lascia stare i miei, tedesco. Sto arrivando, tu dacci Matteo.>>
Il Capo Guardia si incamminò lentamente, spada in pugno, sentendo il peso di una dozzina buona di dardi e frecce puntate addosso.
Geller si incamminò anche lui, Matteo davanti con la calibro nove puntata alla nuca.
Quando furono a tre metri l'uno dall'altro si fermarono ancora, e di nuovo il silenzio invase lo spiazzo davanti il vecchio casolare.
Geller punzecchiò la schiena di Matteo con la canna dell'arma: <<Vai, spadaccino.>>
Mattia non riuscì a credere a una tale leggerezza da parte del tedesco, a una tale fortuna. Afferrò Matteo per il braccio e iniziò a correre verso i suoi, mentre dagli alberi iniziavano a piovere frecce.
Intorno sembrò scoppiare l'inferno. Safet fu immediatamente raggiunto da un dardo alla gola, e morì sul colpo. Due dei Cercatori caddero sotto le frecce degli zingari appostati sugli alberi, che nella loro lingua si urlavano chi doveva colpire cosa.
Caima si lanciò ad aiutare Mattia, che zigzagava tra gli alberi tentando di eludere i dardi che sibilavano ovunque. I Cercatori gli stavano addosso come se non ci fosse un domani. A un tratto, da dietro a un tronco Fumihiro si frappose tra i due. Aveva gli occhi lucidi d'alcol.
<<Vai, Mattia! Lo trattengo io, 'sto mangiariso!>>, urlò Caima mulinando la spada in aria.
Fumihiro attaccò rabbiosamente, e le due lame di cui era armato riempirono l'aria di bagliori. Ci sapeva fare, il giapponese. Il suo essere ebbro, come se fosse visto dall'altra parte di uno specchio, si trasformava in un prodigio di abilità. Caima si stava appena rendendo conto che quell'uomo minuto era un mostro di tecnica, quando la sua mano venne tranciata via di netto.
L'urlo fece alzare in volo stormi di uccelli dalle fronde scure, mentre Fumihiro sorrideva ebete e già prendeva di mira il collo dello spadaccino.
Ludovico, che poco più in là aveva appena finito di controllare cosa ci fosse nella testa di un Cercatore, gli si fiondò addosso urlando, nascondendo Caima dietro la sua mole immensa e colpendo la mano armata del giapponese, spezzandogliela. Il wakizashi volteggiò in aria e rotolò tragicamente lungo un pendio ricoperto di foglie secche.
<<L'ha colpito, cazzo! Ha tagliato la mano a Caima, 'sto stronzo!>> urlò il ternano verso i suoi, quando sentì un pizzico al petto.
La lunga lama della katana di Fumihiro gli era entrata sotto lo sterno. Il giapponese se ne stava in piedi, lo sguardo rapito dall'altra mano, quella spezzata. Non lo guardava nemmeno, il suo nemico: tutta la sua attenzione era calamitata a quel colpo subito, quel dolore inedito, quell'arto goffamente rotto.
Quello che seguì ebbe una cinetica del tutto innaturale, che defraudò il combattimento di tutta la sua spettacolarità.
 Ludovico guardò il cielo, in cerca di un uccello che si posasse sulle spalle ancora ricoperte di briciole, ma gli alberi erano silenti, e soli. Alzò la mazza inespressivo, come chi riprende il lavoro dopo una pausa, e spaccò la testa allo spadaccino ubriacone. Senza eroismi e senza moine, come si sfracella un melone maturo. Anche il suono, un mesto "CROC" senza nessuna particolarità, non contribuì a rendere la scena interessante. Solo due uomini che muoiono in un bosco.
Ludovico si accasciò a terra, guardandosi la ferita. Prima di abbandonare il mondo diede la colpa alla qualità del pane, che forse non piaceva agli uccellini. E si stupì di quanto il suo sangue potesse essere scuro.

Edoardo, nel suo mondo in bicromia, vide il fratello accasciarsi e impazzì di rabbia. Un dardo gli passò la spalla da parte a parte, ma lui non lo sentì. Si fiondò sul balestriere massacrandolo a coltellate, prese la sua arma e uccise un suo compagno che cercava di nascondersi dietro un grosso castagno.
Volle parlare, chiedere aiuto, ma il cervello, stravolto, non lo aiutò. Si lanciò così addosso alla vittima più vicina, accecato dalla perdita e dalle lacrime.
Jerome non si staccava da Momò che, invasato da un coraggio inaspettato, aveva già fatto fuori un Cercatore, accoltellandolo mentre tentava di ricaricare la balestra. La cosa spaventò un po' il ragazzo, abituato a vedere l'amico sorridente e al massimo dispensatore di qualche cazzotto. Non s'era mai trovato nel mezzo di una battaglia vera, e in fondo stava invidiando davvero Momò. Cazzo, almeno lui se la stava godendo.

Jack, poco più avanti, stava fronteggiando B-Dogg. Notò il romanzo d'amore che spuntava dalla tasca della felpa. Il ragazzo di colore si muoveva agilmente, facendo danzare il coltello tra le mani.
<<Sei un romanticone, uh?>>
<<Fatti i cazzi tuoi, uomo. Combatti.>>
<<Spada contro coltello? Non mi sembra molto equo.>>
<<Scommettiamo che ti strappo la tua sicurezza dal buco che ti aprirò in pancia?>>
<<E come me lo farai, il buco? A suon di frasi d'amore?>>
B-Dogg digrignò i denti e si lanciò sullo spadaccino, rapidissimo. I due si ritrovarono abbracciati, Jack gli affibbiò un paio di ginocchiate, B-Dogg lo strattonò ed entrambi caddero lungo un pendio.
Jack si rialzò di scatto, cercando disperatamente la spada che gli era sfuggita di mano. B-Dogg sputò una foglia secca dalla bocca,  e con un calcio spedì l'avversario gambe all'aria.
<<Mi sa che la scommessa la vinco io.>>, disse mentre impugnava il coltello saldamente, pronto a colpire.
Jack impuntò le mani a terra per alzarsi, quando le sue dita incontrarono, sotto il fogliame, il wakizashi di Fumihiro. Gran botta di culo.
B-Dogg si lanciò verso il basso, caracollando nei pantaloni troppo grandi, Jack rotolò di lato e si voltò subito dopo, affondando la lama nipponica dentro il collo del ragazzo. B-Dogg gorgogliò con la faccia tra le foglie, scalciò il vuoto freddo che lo circondava e si afflosciò, concedendosi due ultimi respiri prima di crepare.
Jack rimase steso supino, riprendendo fiato e guardando l'impugnatura del wakizashi, finemente lavorata.
Poi, l'urlo di Mattia: <<Jack! Geller sta scappando! Fermalo!>>
Si arrampicò affannosamente fino in cima, giusto in tempo per recuperare la spada e scorgere il tedesco che si dileguava tra il fogliame, la pistola ancora in pugno.
I tre guerrieri di Gurdje, agili come gatti, scesero dagli alberi e si accodarono all'inseguimento.
Jack concesse un ultimo sguardo a Mattia, che si stava ritirando all'interno del casale.
<<Cazzo, prendi quel tedesco di merda! Ammazzalo, abbiamo Matteo!>> gli urlò il Capo Guardia mentre varcava la porta.
Corsero a perdifiato attraverso il bosco sempre più fitto, scostando con le mani i rami dagli occhi, arrancando tra il fogliame spinoso. A un tratto uno dei guerrieri di Gurdje urlò, il piede spezzato in una tagliola.
<<Fermi!>>, urlò Jack alzando la spada al cielo, <<Hanno piazzato delle trappole, i bastardi!>>
Con la coda dell'occhio vide Geller arrampicarsi faticosamente lungo un pendio, fece un cenno e i due zingari rimasti scoccarono le frecce all'unisono.
Geller, colpito, rotolò indietro. Jack ebbe paura, gli sembrò tutto troppo facile. Non voleva credere che l'uomo più pericoloso al mondo potesse crepare così, con due frecce nella schiena.
Una delle guide zingare rimase con il compagno colpito, Jack e l'altro si incamminarono verso il cadavere. O il presunto tale.
Si avvicinarono cauti, scandagliando il fogliame con la spada e le punte degli archi. Il corpo giaceva a pancia in giù, una posizione ridicola e contorta. Non respirava.
<<Dio, è morto davvero?>> si chiese Jack tra se e se, bisbigliando.
Lo zingaro girò il cadavere, poi gli sfilò il cappuccio, ed entrambi rimasero a guardarlo, con la testa china.
<<Me lo immaginavo molto più vecchio, e con i capelli bianchi.>> disse Jack.
<<Eppure è lui, guarda, laggiù c'è la pistola. Non l'avrebbe mai lasciata a nessuno.>> rispose lo zingaro, strofinandosi la barba.
<<Valla a prendere, potrebbe tornarci utile.>>
Mentre la guida si incamminava verso l'arma, Jack toccava appena il cadavere con la punta della spada. Ancora non credeva che tutto si fosse risolto così, con due cazzo di frecce.
Poi, l'urlo: <<Jack! Ho trovato la pistola! È un cazzo di giocattolo!>>
<<Che significa un giocattolo?>>
<<Un'imitazione!>>
Ci fu un lungo silenzio, poi di nuovo la voce dello zingaro: <<Vieni qui, spadaccino. C'è una cosa devi vedere.>>
Jack strinse forte l'elsa e si incamminò costeggiando la piccola collina, strizzando gli occhi e il culo, come quando si guarda un thriller e ci si aspetta un colpo da un momento all'altro.
Oltre una fitta schiera di rovi, faceva bella mostra di se l'accampamento dei Cercatori. Le ceneri fumavano ancora.
<<Laggiù.>> disse lo zingaro, indicando con il dito una figura appesa a un albero.
La bocca tappata da un panno, i piedi orrendamente sfigurati e un rivolo di sangue che usciva dal naso. Sul collo, tutt'attorno alla corda che avevano usato per impiccarlo, chiazze violacee.
<<Cristo.>> disse Jack non riuscendo a trattenere le lacrime, <<Oh, Cristo. Quello è Matteo.>>
Piangendo spiccò quel corpo esanime dall'albero, stupendosi di quanto fosse leggero quel guerriero formidabile e avventato.
Poi, la consapevolezza. La terribile consapevolezza.
Si rivolse allo zingaro senza staccare gli occhi dal cadavere dell'amico:
<<Oh.>>
<<Che?>>

<<Se Matteo era appiccato all'albero, chi è quello nel casolare con Mattia?>>

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