IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


venerdì 13 giugno 2014

CAPITOLO TREDICI

Geller guardava estatico il manganello di legno poggiato a terra, tra le foglie. Trovava curioso quanto diabolico potesse essere un oggetto tanto lineare, tanto semplice. Si ricordava, anni addietro, che il suo istruttore lo sventolava sopra la testa quando ne tesseva le lodi. Era innamorato di quell'arma che sembrava essere la madre di tutti gli strumenti di dolore.
<<Potete toccare il cielo con un dito, vedete?>> diceva, mentre si stiracchiava con il braccio armato in aria, come quando si cerca di raggiungere un qualcosa posto troppo in alto.
<<Il manganello è un arma efficace e terribile. Non serve altro nelle mani di un vero soldato.>>
A vederlo così, riverso sul terreno umido, sembrava effettivamente innocuo, e Geller si concesse un sorriso.
Spostò lo sguardo su i piedi nudi di Matteo, che giaceva supino. Calli gialli ricoprivano le piante quasi per intero. Zona interessante il piede. Interessante il concetto stesso. Ci trascina in giro, tutta la vita, sempre rinchiuso al buio delle calzature. Secondo la medicina cinese, è dai piedi che l'energia dell'universo ci raggiunge, schiantandosi nel nostro corpo. Anatomicamente, una delle zone più ricche di ricettori del dolore, soprattutto sotto la pianta. In poche parole, se vuoi davvero far male a una persona, colpiscila sotto i piedi.
Si massaggiò la barba, poi lanciò un urlo a uno dei Cercatori, quello con cui si divertiva a stuzzicarsi: <<Le hai posizionate le trappole, tragica parodia di un guerriero?>>
<<Tutt'attorno come vossignoria ha ordinato, pazzo d'un tedesco bastardo.>>
<<Guarda che dopo vado a controllare, checca.>>
<<Faccia pure, sua santità. Che, se Dio vuole, crepi in una cazzo di tagliola.>>

Matteo aprì gli occhi. Bosco tutt'attorno, come prima. Provò a parlare, ma un panno gli impediva ogni suono. In rapida successione, il suo cervello gli comunicò che era stato un coglione, che si era fatto catturare e ora giaceva lì, in un punto imprecisato di una selva pericolosa, legato mani e piedi. Il colpo di grazia fu il faccione sorridente di Geller che gli precluse la vista delle fronde sovrastanti.
Per un attimo quella sagoma scura gli ricordò il volto della zia, anni addietro, quando si era strozzato con il grasso del prosciutto.
L'aveva issato in aria per i piedi e gli aveva rifilato una sfilza di pugni sulla schiena. Donna forte, la zia.
<<Buongiorno.>> disse il tedesco, come quando si sveglia un amico con una tazza di caffè in mano. Inutile dirlo, nella mano dell'uomo più temibile dell'Umbria campeggiava ben altro che una tazza della fumante bevanda: a difendere gli occhi di Matteo dalla luce che filtrava dall'alto c'era una verga di legno. Quarantacinque centimetri di levigato, liscio e durissimo legno.
Il colpo arrivò tanto violento quanto ingiustificato. Geller lo inflisse così, incontrollato come uno starnuto.
Il dolore esplose come un fuoco d'artificio e, incandescente, corse folle per tutto il corpo dello spadaccino, fino a sbattere contro la scatola cranica.
Un dolore di un'impossibilità perfetta, fuori dal mondo, da qualsiasi concezione. Al di là di tutte le parole.
Matteo si sentì svenire, le lacrime gli affollarono gli occhi, impazzite.
<<Devi dirmi dove si trovano le armi.>> Le parole di Geller colpirono i suoi timpani con grande fatica, facendosi strada in un cervello sconquassato da lampi bianchi.
Matteo provò a mugugnare qualcosa, e il vecchio gli tolse il panno dalla bocca, sorridendo.
<<Non lo so, cazzo! La mappa neanche l'ho guardata!>>
Il tedesco sorrise, sfregandosi il manganello tra le mani.
<<E vorresti anche farmi credere che non sai chi ha la mappa? Mattia l'avrà data senz'altro a qualcuno.>>
<<Non l'ho mai visto darla a nessuno.>>
Il secondo colpo arrivò meno potente del primo, ma sullo stesso punto esatto. A Matteo, stavolta, scappò un urlo, forte e squillante come una campana.
<<Cerchi di offendere la mia intelligenza, spadaccino? Vuoi che Mattia si tenga la mappa addosso, così che per noi basti catturarlo e risolvere il problema?>>
<<Cristo, te lo giuro su quello che vuoi, maledizione! Non l'ho vista in mano a nessun altro, quella mappa di merda!>>
Geller si mise a pensare, manganello in pugno e occhi rivolti alle fronde degli alberi. Per prima cosa si rimproverò di non aver tappato la bocca dello spadaccino prima di infliggere il secondo colpo. Qualcuno potrebbe aver sentito l'urlo. Poi pensò se credere o no alle parole di Matteo. Aveva davvero sopravvalutato così il Capo Guardia? Era davvero così semplice raggiungere il pezzo di carta più agognato del post-Disastro?
Se così era, doveva pensare a come raggiungere lo spadaccino. E in fretta, pure.
I Cercatori iniziavano a essere nervosi, e quel cazzo di ubriacone nipponico di certo non migliorava la situazione.
Poco più in la, vicino alle ceneri del fuoco della notte, uno dei Cercatori si divertiva a imitare Geller. E lo faceva gran bene, Geller stesso glielo riconosceva. Aveva anche la voce uguale, quando la impostava come si deve. Molto uguale. Perfettamente uguale.
Geller sentì un'idea germogliargli in testa, si compiacque di quanto fosse geniale e decise di concedersi un sigaro, di quelli che teneva per le occasioni speciali.

Mattia discuteva con Edoardo, gli occhi rivolti agli zingari. Continuavano a squadrare male Caima, ma sembravano tranquilli. Avevano passato tutta la notte a controllare lo stato di archi e frecce, stuzzicandosi a vicenda e menandosi gran pacche sulle spalle. 
<<Quell'idiota di Matteo, porco il diavolo, giuro che non la passerà liscia. Bene gli sta se si è fatto pizzicare dai Cercatori. Come cazzo gli viene in mente di lanciarsi nella boscaglia da solo?>>
<<In una boscaglia zeppa di nemici, mi permetto di aggiungere. Senza contare il fatto che un Cercatore non sarebbe mai piombato in mezzo a noi se non avesse voluto farlo. Li conosco, quelli. Gente addestrata a girare per boschi.>>
<<Che facciamo, Edo?>>
In quel momento giunse correndo una delle guide zingare. In mano reggeva una borraccia sporca di sangue.
<<L'hanno preso. Era una trappola>> disse Edoardo, accendendosi una sigaretta.
<<Puttana ladra.>> esclamò Mattia, <<Ma tu guarda 'sto stronzo! Se il tedesco non lo ammazza prima, giuro che lo faccio io.>>
<<Stai calmo, o fai il gioco di Geller. Tranquillo, il tedesco è troppo furbo per ammazzare il tuo amico. Lo userà per arrivare a te.>>
<<Che intendi?>>
<<Ricorda che quel figlio di troia è un esperto di sopravvivenza. Non rischierà mai uno scontro aperto, ora che ha un ostaggio per pararsi il culo.>>
<<Dobbiamo liberarlo. Secondo te è il caso di andare tutti, o possiamo mandarci solo gli zingari?>>
<<Nessuno dovrebbe muoversi di qui.>> Jerome se ne stava a gambe incrociate, sotto una grande quercia lì vicino.
<<Ah si?>> chiese Mattia avvicinandosi, la mano sull'elsa della spada, <<E cosa dovremmo fare? Lasciare uno dei nostri nelle mani del peggior bastardo al mondo? Restare qui a menarcelo tra di noi, fin quando non saremo dei fottuti cadaveri?>>
Jerome sorrise appena e i suoi occhi nerissimi incontrarono quelli del Capo Guardia.
<<Dico soltanto che Edoardo ha ragione. Non dobbiamo fare il suo gioco. Sa bene come ragionano quelli dei Rioni. Tutte le vostre cazzate, non si lascia dietro quello, non si abbandona quell'altro. La prima cosa che Geller si aspetta è che piombiamo a liberare Matteo, e mi ci gioco le palle che ha trasformato il bosco in una fottuta trappola.>>
<<Ah, le chiami cazzate, Jerome. Noi lo chiamiamo onore.>>
<<Sono regole, Mattia. E chi segue le regole diventa prevedibile. Già abbiamo contro un uomo che sembra essere stato vomitato fuori dall'inferno stesso, un tizio che potrebbe farci a pezzi a mani nude, una macchina da strategia militare...>>
<<E allora?>>
<<Beh, mi sembra abbia già un ottimo vantaggio. Se vuoi facilitargli ulteriormente le cose, diventa prevedibile.>>
Edoardo non seppe trattenersi e scoppiò a ridere. Affibbiò una bella pacca sulle spalle di Mattia e continuò a fumare con le mani in tasca, guardando Jerome dritto negli occhi.
<<Cazzo, il negretto, che testolina! E che capacità di linguaggio! Mi sa che gliele faccio scrivere a lui, le mie storie da oggi in poi.>>
<<Mi prendi in giro, culo bianco?>>
<<Voleva essere un complimento, culo nero. Non che abbia mai sperato che tu lo capissi.>>
Momò uscì da dietro all'albero con la mano sul coltello.
<<A chi hai detto culo nero, stronzo?>>
<<A quello che per primo mi ha chiamato culo bianco, idiota. E metti da parte l'orgoglio da Black Panther, qui gli uomini si misurano in base al valore, non al proprio nome. Potremmo chiamare Geller come ti pare: Priscilla, Bumba Bumba o Mrs. Eveline, non cambierebbe il suo essere un incubo in carne e ossa.>>
Nel frattempo Ludovico aveva notato la scena e si era posizionato dietro al fratello, mazza in pugno e le spalle completamente ricoperte di briciole.
<<Oh, ragazzi, diamoci una calmata. Qui siamo tutti stressati, vediamo di non peggiorare le cose.>> disse Mattia, frapponendosi tra i fratelli Rohl e i due ragazzi.
<<Tranquillo, vecchio mio,>> disse Edoardo <<non mi sono minimamente alterato. E poi mi piace il bianco e nero, ormai ci ho fatto l'abitudine.>>
Quando Mattia collegò la battuta all'acromatopsia dell'amico gli venne da ridere, ma fu un piacere che durò davvero poco: da qualche parte, laggiù nel bosco, stavano torturando Matteo, e loro stavano con le mani in mano. Quindi parlò:
<<Ok. Ascoltatemi bene. Geller proporrà uno scambio. Matteo in cambio del sottoscritto. Vorrà che lo conduca alle armi.>>
<<Non puoi accettare, cazzo. Ci ammazzerebbe tutti.>> disse Momò.
<<Mh, no. Non credo. Una volta messe le mani su quelle armi non credo che rappresenteremo più un problema per lui. Nessuno sarà più un problema per lui. Comunque state tranquilli, non appena Matteo sarà in mano vostra, voi attaccate quei bastardi come se non ci fosse un domani.>>
<<E tu?>>, chiese Edoardo.
<<Io me la caverò, non preoccuparti.>> rispose Mattia, facendogli l'occhiolino.
Edoardo aspettò che i due ragazzi se ne fossero andati, afferrò l'amico per il braccio e lo portò in disparte.
<<Spiegami che c'entrava quel cazzo di occhiolino.>>
<<Il nostro asso nella manica.>>
<<Ti ho visto, che falsificavi la mappa. Tu vuoi portare Geller al cimitero. Non vedo come quello che ho messo nella bara del Biscarini buonanima possa essere un asso nella manica.>>
<<Se tutto andrà storto, lo sarà.>> rispose Mattia, e il suo sguardo era disperatamente determinato.
<<Stai scherzando, vero?>>
<<Ho smesso di scherzare da più o meno una decina d'anni.>>
<<Sai che non ti permetterò di farlo.>>
<<Come tu sai che me lo lascerai fare.>>
In quell'istante una freccia si conficcò sul tronco dell'albero con un suono sordo. E, lungo la sua asta scura, c'era un biglietto legato.
Tutti sfoderarono le armi in direzione del luogo da cui era arrivata, ma non si vedeva alcunché, solo un'intricata muraglia oscenamente verde.
Mattia rinfoderò la spada e staccò la freccia dall'albero, mentre Edoardo puntava ancora la balestra verso il fogliame.
La calligrafia, ormai, la conosceva:

Non so se te ne sei accorto,
ma ti manca un uomo all'appello.
Immagino tu voglia riaverlo tutto intero.
Ci vediamo al casale dove vi siete accampati l'altro ieri,
domani mattina alle dieci.
Buonanotte, fate bei sogni.

Geller


Mattia si infilò il biglietto in tasca, poi:
<<È per domani mattina, al casolare.>>
<<Ha fatto in fretta, il tedesco.>>, disse Edoardo.
<<Ricorda, Edo. Domani appena qualcuno afferra Matteo attacchiamo. E voglio Geller vivo.>>
<<E se ti afferra prima lui?>>
<<Allora userò l'asso nella manica.>>
<<Sai che non ti permetterò di farlo.>>

<<Come tu sai che me lo lascerai fare.>>

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