IL PROGETTO

ROMA SOLO ANDATA: UN ROMANZO ESPANSO


Mi ha sempre colpito come la nostra elaborazione della realtà presentataci da un libro sia filtrata da un'individualitá madre ogni volta di universi unici. Posso immaginarmi un personaggio di un libro, tu un essere totalmente diverso. Sotto la scena proposta da lettere stampate posso immaginarmi, come colonna sonora, Chopin. Tu i Judas Priest.

Il motivo per cui amiamo i libri è proprio questo: compriamo copie identiche dello stesso libro, ma siamo noi ad abitarle, a renderle assolutamente uniche. Universi nati dalla stessa matrice, ma con sfumature sempre inedite.

Qui nasce il progetto "Roma Solo Andata". È un libro che ho scritto tempo fa.


Abitatelo.

Fatelo vostro. Violentatelo.

Vivetelo.


Siete artisti? Illustrate il mondo e i personaggi che vi descrivo. Diventeranno tanto vostri quanto miei.

Siete musicisti? Mandatemi la colonna sonora che avete in mente per una certa scena, un certo estratto, un certo dialogo.

Siete scrittori? Speditemi poesie. Scrivete finali alternativi, approfondimenti, saggi, manifesti.

Siate creativi, audaci, rivoluzionari e meravigliosi. Non abbiate rispetto e fate crescere quello che ho creato con onore.


Ecco le regole: Caricherò un capitolo del romanzo ogni due settimane. Avete 15 giorni per creare e spedire i vostri lavori a mattiaammirati@yahoo.it

Speditemi, insieme alla vostra creazione (creazione originale e inedita, ovviamente), una breve spiegazione su come la vostra opera si integra nell'universo in crescita. Potete creare l'opera a partire dal testo originale o dalle mille sfumature che di esso si andranno via via a creare. Ogni punto dell'universo che andremo a costruire può essere la partenza per una nuova ramificazione, che porterà a nuove storie, nuove ipotesi, nuove visioni.

Se volete, inviatemi i vostri dati personali, l'indirizzo del vostro sito web, una vostra foto, quel che vi pare.


Attendo con ansia la nostra collaborazione.


Mattia Ammirati


martedì 22 luglio 2014

CAPITOLO QUINDICI - LA FINE

Fuori dalla finestra, nulla. I Cercatori rimasti, non più di un paio, si erano dileguati nella macchia, e l'unica cosa che rompeva un silenzio funebre era il lamento sottile di Edoardo, che stringeva il cadavere del fratello.
Caima, appoggiato a un grande masso, tentava di fasciarsi il moncherino. Nelle pause tra un urlo e un altro, bestemmiava.
Mattia rinfoderò la spada e si voltò verso l'amico.
<<Bello scherzo ci hai fatto, coglione!>>, disse mentre lo voltava per slegargli le mani. Ma le mani non erano legate. Mentre quest'informazione raggiungeva il suo cervello, subito dietro la seguiva un pugno. Un pugno diretto alla gola.
Mattia si sentì spezzare il respiro, e cadde all'indietro, alla ricerca di un filo d'aria.
La figura si alzò lentamente, togliendosi il cappuccio. Era Geller.
<<Aria, finalmente! Non hai idea di quanto si sudi sotto questi cosi. Devo complimentarmi con i tuoi guerrieri, vecchio mio. Non pensavo riuscissero a sbaragliare i miei Cercatori. Tantomeno quel pazzo ubriacone di Fumihiro.>>
Mattia cercò di mettere mano alla spada, ma Geller estrasse la semiautomatica e gliela puntò in faccia.
<<Non fare stronzate, spadaccino. Quando un uomo con la spada incontra un uomo con la pistola, quello con la spada è un uomo morto.>>
<<Era un po' diversa, la frase.>>
<<Era un po' diversa anche la situazione. Ora, mio buon amico, che ne dici di portarmi a quelle maledette armi?>>
Mattia estrasse la mappa dalla tasca dei pantaloni, prese fiato strofinandosi il collo e parlò: <<Eccoti la mappa, stronzo di un maniaco. Spero non riuscirai a godertele.>>
<<Mi hai preso per un idiota? Tu verrai con me, Capo Guardia. Figurati se non mi hai organizzato qualche scherzetto. E poi i miei uomini sono tutti morti o fuggiti, non ci metteresti nulla a sguinzagliarmi dietro i tuoi mastini.>>
Da fuori alla finestra si sentirono le urla di Jack, e Geller sorrise.
<<Mi sa che hanno scoperto anche loro il mio gioco. Ora fa il bravo, molla a terra lo spiedo ed esci dalla porta. Ricorda che se provi a far cazzate, o ci prova uno dei tuoi, il tuo destino sarà calibro nove.>>
Poi, prima di muoversi: <<Ah, te l'ho detto che ho impiccato il tuo amico?>>
Il sorriso del tedesco brillò nella penombra del vecchio casale.
Jack, appena vide uscire Mattia dalla porta, fece cenno al gruppo di rimanere immobile.
Mattia era seguito da una semiautomatica, e la semiautomatica era seguita da Geller.
<<Ascoltatemi bene,>> disse il tedesco, <<se uno di voi stronzi decide di fare l'eroe, ammazzo lui e il vostro Capo Guardia. Ora io e il vostro amico ci faremo una bella passeggiata. Non seguiteci.>>
Mattia fece cenno di sì con la testa, e tutti abbassarono le armi. Poi, uno sguardo d'intesa a Jack. Ed Edoardo scoppiò a piangere.

Si incamminarono per circa mezz'ora dentro il bosco, che man mano si andava diradando lasciando libero sfogo al manifestarsi di piccole radure erbose. Il cielo, lassù, se l'era piantata di offrire nuvole fredde, e ora tenui raggi di sole spiravano dal grigio con fare sacro.  Mattia benedì il fatto che il tedesco non l'avesse perquisito, e il suo coltello era ancora saldamente fissato alla caviglia. Geller, dal canto suo, lo seguiva senza staccargli gli occhi di dosso, una mano in tasca e l'altra ben serrata attorno al calcio della calibro nove. Arrivarono a una strada bianca che, costeggiata da arbusti selvaggi, serpeggiava fino a un piccolo cimitero.
<<Eccolo lì.>>, disse Mattia.
<<Il cimitero? Uh, fammi indovinare, il partigiano ha messo le armi in una tomba?>>
<<Sì. Mica scemo. Ce ne sono davvero poche di persone disposte a frugare tra le ossa dei morti.>>
<<Mhh, sì. Tu sei disposto?>>
<<A far che?>>
<<Profaneresti mai una tomba?>>
<<Se posso, no.>>
<<Nemmeno io. Vedremo come organizzarci.>>
In una decina di minuti erano già circondati dalle lapidi. Volti in bianco e nero li guardavano attraverso la carta sbiadita delle fotografie.
<<Qual'è la tomba?>> chiese Geller.
Mattia si prese un momento per guardarsi intorno. Non che ce ne fossero molte.
<<Eccola. Benito Biscarini.>> disse indicando una lastra di marmo praticamente minimale.
Geller si spostò di lato, continuando a tenere lo spadaccino sotto tiro.
<<Mh. La terra sembra smossa da poco. Non è che cerchi di fottermi, vero?>>
<<So che da queste parti ci sono un sacco di profanatori. Si girano tutti i cimiteri scoperchiando le tombe e derubandone i proprietari.>>
Geller si massaggiò la barba ispida, poi: <<Sai che facciamo, vecchio mio? La tomba l'apri tu.>>
<<Prego?>>
<<Hai capito benissimo. Buona profanazione.>>

Edoardo aveva afferrato Jack per il colletto dell'uniforme, e lo teneva issato in alto. Gli occhi ancora rossi per il pianto.
<<Ascoltami bene, mentecatto: adesso noi seppelliamo i nostri morti, poi tu tiri fuori quella cazzo di mappa e andiamo a prendere le armi.>>
<<E Mattia? Lo lasciamo nelle mani di Geller.>>
<<Mattia sta facendo quello che è più giusto, fidati. Non possiamo più salvarlo.>>
<<Che cazzo dici? In che senso?>>
<<Nel senso che l'unico modo che ha per sopravvivere è correre più veloce di una cosa che si propaga nell'aria a ottomila metri al secondo.>>
Jack rimase basito, con la bocca semiaperta.
<<Mi ha fatto piazzare un bel po' di Semtex dentro una bara, in un cimitero qui vicino. Ovviamente non mi ha mai detto cos'aveva intenzione di fare.>>
<<Tu sapevi che voleva andarsi ad ammazzare e l'hai lasciato fare?>>
<<Datti una calmata, idiota. Se dicevo qualcosa il tedesco ci ammazzava tutti, Mattia compreso. Credi che sia stato facile? Era come un fratello per me, Cristo!>>
Rimasero in piedi, sentendo le lacrime che scendevano all'unisono.

Geller fece fuoco, e la gamba di Mattia cedette, spezzata all'altezza del ginocchio. Lo spadaccino crollò a terra urlando, mulinando le mani come se tutt'attorno fosse diventato scivoloso. Il dolore era inaccettabile, indefinibile.
Il tedesco ora si controllava il petto. La tasca sinistra era squarciata, e all'interno brillava il Fortunato. A terra, il coltello del Capo Guardia, lanciato pochi secondi prima. Mattia lo aveva lanciato voltandosi di scatto, e sarebbe stata anche l'azione del secolo, se anche quel giorno il caso non avesse avuto le fattezze di un piccolo coltello di ferro scuro.
Mattia pensò, sorridendo, che 'ste cazzate nei film succedono agli eroi, e non ai cattivi. Ma andava bene così, i suoi avevano vinto, e ora stavano marciando verso il più grande tesoro dell'Umbria. E pensò anche che, visto il risultato del suo colpo di testa, si sarebbe potuto anche risparmiare di dissotterrarla, quella cazzo di bara.

<<Bel tiro, spadaccino.>> disse Geller compiacendosi, <<se non avessi avuto il Fortunato con me a quest'ora sarei a spalare carbone all'inferno, cazzo.>>
<<Beh, io c'ho provato.>> disse Mattia, cercando di ignorare la ferita e fingendosi gradasso.
<<Ringrazia il cielo che mi servi per andare via da qui, sennò t'avrei già fatto saltare quella testa di merda.>>, disse Geller mentre controllava la semiautomatica, poi: <<Ora striscia, spadaccino. E vammi ad aprire quella tomba maledetta.>>
I suoi occhi brillavano.

<<Voglio vederle.>>

Mattia avvertì uno spigolo contro la gamba. Era il pezzo di pane che Ludovico gli aveva regalato. Iniziò a sbriciolarlo man mano che strisciava verso la tomba, una bracciata alla volta.
Dagli alberi intorno, nessun uccello. Nemmeno un rumore.
<<Cazzo>> pensò fra se e se lo spadaccino, <<questa è la prova definitiva che certe cose succedono solo nei film.>>
Ripensò ai suoi amici. Gente con le palle. Avrebbero vegliato sul Rione degnamente. Poi, la strana sensazione: man mano che si avvicinava a quei quattro chili di Semtex, sentì la stanchezza che si dileguava, e la paura che diminuiva.
Si sentiva leggero, come prima del sonno. Forse era solo molto stufo di vivere una vita fatta di doveri, sangue e terrore. O forse il dolore alla gamba lo stava facendo delirare.

Su nel cielo, ancora nessun uccello.

<<Ecco cosa sono. Sono solo un uomo stanco. E quello è un gran bel letto, proprio bello.>>, bisbigliò.
<<Cazzo dici?>>, chiese Geller, <<parla ad alta voce se vuoi dirmi qualcosa, stronzetto!>>
Ormai era praticamente arrivato alla bara. Esitò un attimo, saggiando l'aria che si stava riscaldando.


Poi scoperchiò, con la gioia e lo spavento di chi apre un regalo.